01/01/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #300552

Al giorno d'oggi, niente funziona più come prima

Lorenzo Maria Pacini

Il nuovo mondo multipolare non è ancora stabile: è turbolento, pieno di contraddizioni, ma rappresenta la fine di un'epoca e l'inizio di un'altra, una transizione che richiede tempo. Cosa succederà all'Europa che, come gli Stati Uniti, cerca di aggrapparsi al vecchio ordine mondiale?

Senza fine e quasi senza sosta

Viviamo in un mondo in cui la guerra non conosce più confini né tregue. Non è più un evento isolato, delimitato da fronti e armistizi, ma uno stato perpetuo e diffuso, una guerra-senza-fine che permea ogni dominio della vita contemporanea - dalle trincee digitali dello spazio cibernetico, ai conflitti economici e informativi, fino alle guerre di narrativa e di influenza. Questa condizione non è nata dal nulla: è il risultato di un sistema internazionale esaurito, di un ordine che si reggeva su presupposti ormai fragili e inadeguati alla realtà multipolare del XXI secolo.

La guerra contemporanea, lo sappiamo, non si combatte più solo con armi convenzionali. È una guerra ibrida, fatta di propaganda, manipolazione delle informazioni, controllo delle catene di approvvigionamento, pressione finanziaria e dominio tecnologico. Ogni crisi - dall'Ucraina al Medio Oriente, dall'Africa al Pacifico - è il riflesso di una battaglia più ampia per il controllo delle sfere di influenza e delle risorse strategiche. Ma ciò che la rende "senza fine" è l'assenza di un obiettivo chiaro, di un punto in cui un vincitore possa imporsi su un vinto. Tutto è fluido, tutto è reversibile.

La guerra ibrida, con la sua natura pervasiva, distrugge la distinzione tra pace e conflitto. Le sanzioni economiche, gli attacchi informatici, le campagne di disinformazione, le guerre valutarie, l'uso strategico dell'energia o del cibo - tutto diventa arma. Non esiste più un tempo per la diplomazia, perché la competizione è continua. In questa condizione permanente, anche i cittadini, i consumatori e le opinioni pubbliche sono divenuti bersagli e combattenti inconsapevoli.

Uno degli strumenti tipici con cui l'Occidente ha tentato di mantenere il controllo del sistema internazionale è quello delle sanzioni. La loro logica si fondava su un concetto di pressione economica come sostituto della guerra. Punire per dissuadere. Indebolire per ottenere concessioni politiche. Ma le sanzioni, come ben sappiamo, non funzionano più.

E una delle cose più atroci, se così si può dire, è che sembra non esserci nemmeno una sosta in tutto questo. La percezione è il punto chiave, proprio come in una tortura, che viene intensificata o rilassata a seconda degli effetti sul torturato. È un sadico gioco di violenza globale, dove pochi cannibalizzano la pace di molti e l'equilibrio del mondo viene sacrificato sull'altare degli interessi di oligarchie nascoste.

Strade che funzionano, strade che falliscono

In un mondo globalizzato ma frammentato in blocchi di potere, le economie trovano strade alternative. La Russia commercia con la Cina, l'Iran si rafforza tramite reti parallele, e i paesi cosiddetti "non allineati" sfruttano le tensioni tra potenze per guadagnare autonomia. Le sanzioni, anziché isolare, spesso spingono i paesi sanzionati a sviluppare nuove capacità interne, nuove alleanze e filiere alternative. È la prova che non esistono più leve universali di coercizione: non c'è modo, o forse non c'è volontà, di risolvere davvero i conflitti con una sconfitta o una resa.

Questo fallimento è anche quello della deterrenza. Per decenni, la pace mondo occidentale si è basata sul principio della paura reciproca: la guerra nucleare come tabù, l'intervento militare come ultima risorsa. Oggi, la deterrenza non produce più rispetto, ma calcolo, gli attori globali testano continuamente i limiti e le linee rosse, sapendo che le superpotenze esitano, temono il costo politico, economico e umano di ogni decisione radicale. I messaggi di "fermezza" dei leader occidentali si perdono nel vuoto di un ordine che non è più condiviso.

L'"ordine basato sulle regole" di cui parlano gli Stati Uniti e l'Europa è ridotto ad una vuota formula retorica. Nato nel secondo dopoguerra, quando il dominio occidentale sul mondo era totale, quel sistema presupponeva il consenso implicito alla leadership americana e ai suoi valori: democrazia liberale, libero commercio, interventismo "umanitario", supremazia delle istituzioni multilaterali sotto influenza occidentale. Ma quel tempo è finito e il guaio è che nessuno di loro aveva pensato ad un "dopo", perciò sono disperatamente alla ricerca di mantenere in vita la carcassa putrescente di quel vecchio mondo, che continuano a raccontarci come il migliore dei mondi possibili ma che, in realtà, ha più l'aspetto di un mostro.

Le regole che avrebbero dovuto garantire stabilità oggi vengono percepite da molte nazioni come strumenti di convenienza, applicati in modo selettivo. Quando l'Occidente infrange le stesse regole che invoca - bombardando paesi senza mandato ONU, sostenendo colpi di stato, imponendo sanzioni unilaterali, manipolando intere generazioni - la legittimità di quell'ordine evapora. Il sistema muore lentamente, sepolto sotto le proprie contraddizioni.

Intanto, mentre l'Occidente discute di "valori" e "difesa della democrazia", il resto del mondo si organizza pragmaticamente intorno a nuovi assi di cooperazione, parlando il linguaggio del realismo economico, dell'autonomia tecnologica, della sovranità delle civiltà. Si formano nuove istituzioni finanziarie, nuove alleanze militari, nuovi corridoi energetici e commerciali. È un riassetto profondo, in cui i criteri e i mezzi di potere occidentali non trovano più presa.

Certo, questo nuovo mondo multipolare non è ancora stabile: è turbolento, non mancano le contraddizioni, ma rappresenta la fine di un'era e l'inizio di un'altra, un passaggio che richiede tempo e pazienza. Nessuno Stato ha più la forza di dettare le regole globali da solo. I rapporti di potere si esprimono in equilibri localizzati, le cui norme sono ancora in fase di elaborazione. I cadaveri dei vecchi imperi hanno bisogno di essere trasformati in nuovo terreno per edificare altro.

Il multipolarismo significa anche che la verità geopolitica non è più una, ma che ogni polo del potere ha la propria narrativa, il proprio modello politico ed economico da proporre. La Cina si presenta come alternativa al liberalismo occidentale; la Russia rivendica la difesa di valori e spazi; l'India, l'America Latina e l'Africa cercano un posto che non sia più di subalternità ma di protagonismo delle proprie storie. In questo quadro, l'Europa appare smarrita: troppo piccola per imporsi da sola, troppo dipendente dagli Stati Uniti per rappresentare un fronte indipendente, troppo bloccata nelle proprie convinzioni, arrancando mentre cerca di salvarsi volgendosi dalla parte sbagliata.

L'ordine multipolare non porta automaticamente giustizia o pace, è vero, ma rappresenta una risposta alla stanchezza del mondo verso la pretesa universale dell'Occidente. È il ritorno della politica, nel senso più realistico del termine: la lotta per la sopravvivenza e l'influenza dentro un sistema senza arbitri armati, pronti a cambiare le regole a proprio piacimento e a falsificare i risultati. Il mondo è stanco di tutto questo.

La nostra è un'epoca in cui non esistono più vincitori netti. Ogni conflitto crea nuove dipendenze, nuove ferite, nuove vulnerabilità, ecco perché la guerra-senza-fine è anche la guerra dell'esaurimento, dell'incapacità di immaginare alternative. Le sanzioni, le alleanze, le dichiarazioni solenni non bastano più e avranno sempre meno efficacia, perché non c'è spazio nel mondo nuovo per coloro che vogliono ancora imporre i residui di quello vecchio.

Cosa resterà dell'Europa, dell'Occidente collettivo ? Non si tratta più di stabilire chi ha ragione, ma chi saprà durare.

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