
Davide Rossi
Nel gennaio 1946 la Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia si dota di una Costituzione partecipativa e autogestionaria
Nell'ultimo anno del passato secolo la NATO ha bombardato Belgrado, distruggendo "per errore" anche l'ambasciata cinese, monito evidente contro l'incipiente progetto multipolare che proprio in quei giorni ha visto unite Russia e Cina nel difendere la popolazione e il governo jugoslavi dal proditorio attacco occidentale.
Washington decide in quell'occasione di sganciare bombe e uccidere donne e uomini inermi per difendere il separatismo etnico kosovaro, esplicitamente fomentato dalla Casa Bianca contro tutte le risoluzioni delle Nazioni Unite. Quell'attacco aveva tra gli altri anche l'obiettivo di far scomparire dalle carte geografiche e dalla storia quello che restava della Jugoslavia, stato plurinazionale, capace di incamminarsi in un percorso unitario ancorché monarchico dopo il Trattato di Versailles del 1919, stretto in una effimera neutralità durante il secondo conflitto mondiale, travolto dall'aggressione nazifascista il 6 aprile 1941, conclusasi undici giorni dopo il 17 aprile con la capitolazione del regio esercito e la violenta occupazione da parte dei fascisti italiani in Slovenia e Dalmazia e dei nazisti in Serbia e nei restanti territori ad esclusione della Croazia, in cui drammaticamente si forma un'entità statuale spalleggiatrice dei nazifascisti guidata dagli ustascia di Ante Pavelić e con l'esplicito sostegno del vescovo di Zagabria Alojzije Viktor Stepinac, un governo che pratica uno sterminio tanto violento e brutale di serbi, ebrei, rom e musulmani, da ricevere un invito a maggior cautela dal parte degli stessi Hitler e Mussolini.
In quel 1941 inizia anche, come sempre nelle guerre, dentro il loro tragico portato di morte, distruzione e devastazione, la Resistenza jugoslava che vedrà nel triennio successivo primeggiare per intraprendenza e radicamento nel tessuto sociale principalmente agricolo di quelle terre l'esuberante impegno per la libertà, la democrazia e il socialismo costruiti dai partigiani comunisti guidati da Josip Broz, per tutte e tutti conosciuto con il suo nome di battaglia, ovvero Tito.
La dinamicità e la capillarità della presenza sul territorio del Partito Comunista di Jugoslavia - KPJ surclassa dopo qualche tempo i cetnici monarchici, nazionalisti, principalmente serbi e anticomunisti, guidati dall'ufficiale Dragoljub Mihailović, comandante dei superstiti contingenti dell'esercito del sovrano Petar II Karađorđević, fuggito in esilio a Londra, da dove indirizza, sostenuto da Winston Churchill, cospicui rifornimenti d'armi, paracadutati dall'aviazione britannica. Le vittorie militari dei comunisti convincono tuttavia con il tempo non solo i sovietici, ma anche gli inglesi a indirizzare loro il necessario sostegno logistico, mentre i cetnici, squalificandosi agli occhi della popolazione, ripiegano in miserevoli convergenze con i nazifascisti in funzione anticomunista, decretando la loro impossibilità ad assolvere un qualsiasi ruolo nel dopoguerra.
I "partizani", così familiarmente chiamati in ogni montagna e in ogni valle, iniziano la loro battaglia con pochi uomini e ancor meno armi asserragliandosi intorno alle vette montenegrine in quel drammatico 1941, ma il loro valore non è sconosciuto alla popolazione, nelle elezioni del 28 novembre 1920 i comunisti jugoslavi guidati da Filip Filipović erano risultati terzi per numero di eletti nel parlamento monocamerale, arrivando addirittura primi a Belgrado, la monarchia dunque l'anno seguente aveva provveduto a metterli fuori legge e a perseguitare e incarcerarne i membri, salvaguardando solo la permanenza legale dei sindacati e della Lega della Gioventù Comunista di Jugoslavia - SKOJ. I comunisti avevano così imparato ad agire in clandestinità, tenendosi lontani per tutto il ventennio monarchico dalla partecipazione compromissoria ai molteplici e modesti governi di quella stagione.
I dirigenti comunisti si sono formati politicamente nel periodo tra le due guerre in Unione Sovietica e militarmente nel conflitto spagnolo in cui combattono numerosi, maturando non solo profonde abilità nelle azioni di guerriglia condotte con povertà di mezzi, ma anche e soprattutto imparando a conoscere la necessità di una costante connessione tra la Resistenza armata quotidianamente condotta sul campo e la costruzione e la ricerca di risposte ai bisogni sociali e materiali della popolazione, ovvero immaginando una rivoluzione sociale da costruire giorno per giorno e da edificare con il tacere delle armi. Alla Resistenza jugoslava partecipano moltissime donne, non solo nel supporto ai combattenti, ma anche inquadrate nelle formazioni partigiane, tanto che si forma il Fronte Femminile Antifascista - AFŽ, volto alla promozione politica dell'uguaglianza giuridica e sostanziale tra uomini e donne, il quale darà un contributo fondamentale nella formazione dei Comitati di Liberazione Popolare dei territori liberati, per i quali si deve provvedere a tutte le questioni amministrative, economiche, sociali, culturali e soprattutto di approvvigionamento alimentare.
Dentro la Resistenza jugoslava sotto la guida di Tito si distinguono importanti comandanti come Koča Popović, Sava Kovačević, Milovan Đilas, Peko Dapčević, con il tempo i combattenti si strutturano come Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia, al quale dopo l'8 settembre 1943 partecipano e si aggiungono anche molti soldati e graduati italiani, formando in Montenegro la Divisione Garibaldi, in Dalmazia la Divisione Italia, in Slovenia la Divisione Garibaldi-Natisone che partecipa alla Liberazione di Lubiana.
Nell'ottobre 1944 i partigiani di Tito conseguiranno la Liberazione di Belgrado, anche grazie all'aiuto dei sovietici, nel maggio 1945 quella di Trst/Trieste, complessa città italiana e slovena, diventata parte del Reich hitleriano per volontà di Mussolini e della Repubblica Sociale Italiana nel 1943.
Al termine del conflitto il lavoro a cui sono chiamati i partigiani è titanico, quasi l'intero territorio jugoslavo è stato teatro di guerra, le infrastrutture viarie, dalle strade alle ferrovie, le fabbriche, le città sono massimamente distrutte, i caduti sono un milione e mezzo, un decimo della popolazione dell'anteguerra.
Tito e gli jugoslavi condividono con gli albanesi, vittoriosi anch'essi nel 1945, e i cinesi, fondatori nel 1949 della Repubblica Popolare, il percorso di nazioni contadine, le quali grazie agli insegnamenti di Marx, di Lenin e di Stalin compiono un cammino di emancipazione che le porta alla sovranità nazionale, ponendo al centro di questo percorso non già la classe operaia, ma la classe contadina, un cambio di paradigma che risulterà fondamentale per il movimento comunista mondiale nel corso della seconda metà del Novecento, rappresentando il concreto ideale realizzato e l'esempio per decine e decine di popoli di Africa, Asia e America Latina, decisi a intraprendere un uguale strada di riscatto dalle catene del colonialismo e del neocolonialismo imperialista attraverso il socialismo.
La Repubblica Popolare Federativa di Jugoslavia nasce il 29 novembre 1945, con la dichiarazione tenuta all'Assemblea Costituente, data simbolica che omaggia il 29 novembre 1943, giorno in cui il Consiglio Antifascista per la Liberazione Nazionale della Jugoslavia - AVNOJ, nato nel novembre 1942 con una storica riunione a Bihać, nella città bosniaca di Jajce, si dichiara organo di governo della futura Jugoslavia federale e libera. Va ricordato che a partire dal 1944 il Consiglio Antifascista per la Liberazione Nazionale della Jugoslavia, formato principalmente dai comunisti, si allarga anche ad altre forze politiche, in particolare è fondamentale la collaborazione con il Partito Contadino Croato guidato da Ivan Šubašić, il quale nella primavera 1945 sarà il primo ministro degli Esteri della nuova Jugoslavia.
Con un lavoro incessante ed entusiasmante, alla fine di gennaio 1946 i parlamentari al grido di "Fraternità e Unità" approvano la nuova Costituzione che rispetta le differenze religiose, linguistiche, culturali delle diverse entità nazionali formate da sloveni, italiani, ungheresi, rom e sinti, croati, serbi, bosniaci, macedoni, albanesi, montenegrini.
In quegli anni la nazionale di calcio furoreggia nei mondiali e nei tornei olimpici di calcio e i nomi di quei giocatori: Srdjan Mrkusic, Ivica Horvat, Branko Stankovic, Zlatko Cajkovski, Miodrag Jovanović, Predrag Djajic, Bela Palfi, Vujadin Boskov, Rajko Mitic, Stjepan Bobek, Bernard Vukas - questa uno delle tante gloriose formazioni mandate in campo in quegli anni dall'allenatore Milorad Arsenijević - sono una delle più riuscite sintesi di questa nuovo stato plurinazionale e fraterno.
Il testo della Costituzione è già orientato all'autonomia amministrativa dei singoli comuni e delle repubbliche federate, all'autogestione dei lavoratori, in serbo - croato "radničko samoupravljanje", fondamento per la partecipazione alla produzione e alla determinazione degli obiettivi di operai e contadini, un protagonismo che si accrescerà dopo la temporanea ma certo burrascosa stagione di conflittualità ideologica con i sovietici (1948 - 1955), la quale tuttavia viene brillantemente superata dagli jugoslavi implementando la partecipazione dei cittadini alla vita sociale, politica ed economica, nel solco e per la costruzione di quella uguaglianza, in serbo - croato "ravnopravnost", fondamentale per il successo del socialismo jugoslavo.
Anche sul fronte internazionale Tito si lancia in uno straordinario cammino che lo vede protagonista, a partire dalla metà degli anni '50, di una fervorosa attività dentro le Nazioni Unite a sostegno del Sud Globale, da un lato sostenendo tutte le lotte per l'indipendenza dal colonialismo di Africa e Asia, dal neocolonialismo dell'America Latina, dall'altro dando vita con Indonesia, Egitto e India e più tardi la Cuba dei fratelli Fidel e Raul Castro, al Movimento delle nazioni Non Allineate, una straordinaria occasione per porre il tema della relazione ineguale tra Nord e Sud del pianeta, scardinando le logiche allora persistenti della Guerra Fredda, ma anche, soprattutto dagli anni '60 in poi, offrendo a Mosca un convinto alleato nella lotta contro i progetti egemonici e imperialisti di Washington, si pensi ad esempio all'apertura a Belgrado nel 1967 della prima rappresentanza diplomatica palestinese.
Il fermento culturale, i circoli ricreativi delle fabbriche e delle cooperative agricole, le Case del Popolo, l'entusiasmo e la partecipazione alla costruzione di una nuova identità jugoslava trovano uno dei massimi rappresentanti di questa nuova stagione in Ivo Andrić, che dal 1946 sarà presidente dell'Unione jugoslava degli Scrittori, pubblica proprio nel 1945 le sue due massime opere: "Il ponte sulla Drina" a marzo e a settembre "La cronaca di Travnik" vincendo nell'ottobre 1961 il Nobel per la Letteratura, negandolo per altro al britannico John Ronald Reuel Tolkien, e dando notorietà, anche letteraria alla piccola e intraprendente Jugoslavia, la quale due anni dopo nel 1963 passerà dall'essere una Repubblica Popolare Federativa a Repubblica Socialista Federativa.
Il risorgere dei nazionalismi e l'infragilirsi del tessuto economico e produttivo trascineranno quello stato nel baratro, anche per il perverso interessamento della NATO e dell'Occidente alla cancellazione di quella riuscita e poliedrica esperienza politica e sociale, gettando le donne e gli uomini che lo avevano composto in una processo di autodistruzione, capace di riportare la guerra in Europa a meno di mezzo secolo dalla fine delle ostilità del secondo conflitto mondiale.