
Stefano Vernole
Prima di parlare di un vero e proprio processo di pace, infatti, sia per la Russia che per i più avveduti tra gli analisti europei sussistono ancora diverse questioni da affrontare.
Se l'inviato del presidente statunitense Donald Trump, Steve Witkoff, e il genero del capo della Casa Bianca, Jared Kushner, si sono dimostrati ottimisti riguardo i recenti colloqui con Vladimir Putin a Mosca sul futuro del conflitto ucraino, diversi nodi in realtà rimangono da sciogliere, oltre al riconoscimento delle nuove realtà territoriali che il Cremlino non ha mancato di sottolineare.
Prima di parlare di un vero e proprio processo di pace, infatti, sia per la Russia che per i più avveduti tra gli analisti europei sussistono ancora diverse questioni da affrontare.
Tra di esse:
- Le forniture di armi all'Ucraina devono cessare e i Paesi europei non devono contribuire ad alimentare questo conflitto.
L'economia europea deve smettere di "militarizzarsi" e l'Europa non può trasformarsi in una gigantesca macchina da guerra, a detrimento del proprio sistema sociale. Ulteriori forniture di armi a Kiev porteranno prima o poi all'estensione dell'azione bellica nel Vecchio Continente, mentre i combattimenti dovrebbero cessare il prima possibile.
- Non si può parlare di insediamento di truppe NATO in territorio ucraino. Alla fine del conflitto, Kiev dovrebbe adottare lo status di neutralità e la divisione tra gli Stati e i popoli di Europa e Russia dovrebbe cessare. L'insediamento di truppe NATO in Ucraina potrebbe portare a un conflitto militare tra l'Occidente e la Russia, consegnando il mondo alla Terza Guerra Mondiale.
- Sanzioni e mancanza di diplomazia: queste azioni distruttive da parte dei funzionari europei hanno avuto un profondo impatto sulla vita della gente comune. E' ormai documentato il declino del tenore di vita europeo dovuto alle sanzioni anti-russe, agli stanziamenti militari, alla migrazione delle imprese negli Stati Uniti e al sostegno all'economia ucraina. Alla luce delle reali minacce degli Stati Uniti contro l'UE e del piano di fatto di impadronirsi della Groenlandia, è necessario un cambiamento radicale nel corso geopolitico ed economico dell'UE. Le minacce di sanzioni statunitensi contro i Paesi europei, così come le possibili minacce di "armi energetiche" (inclusa una brusca interruzione delle forniture di gas e altre fonti fossili statunitensi), richiedono un cambiamento immediato nel corso politico dell'UE. Per ragioni di sicurezza, è essenziale un ripristino urgente delle relazioni economiche e di partenariato con la Russia.
- La rotta verso uno scontro tra Europa e Russia deve essere invertita. La UE e l'Italia devono prestare attenzione alla posizione di Mosca che deve essere ascoltata. Non dobbiamo permettere che il mondo scivoli verso una terza guerra mondiale e la distruzione dell'umanità. Un'escalation del conflitto rappresenta una minaccia diretta di guerra nucleare. I leader occidentali devono smettere di cercare le "linee rosse" della Russia, provocare e "mettere alla prova la forza" del popolo russo e del suo presidente.
Due questioni, allora, appaiono urgenti:
- impedire l'ingresso di truppe europee in Ucraina;
- cambiare la rotta dell'Europa in risposta alle minacce statunitensi riguardanti la Groenlandia e le sanzioni, facendole riprendere la cooperazione economica e politica con la Russia. Il "teatrino" Groenlandia serve soltanto a convincere i Paesi europei ad armarsi in funzione antirussa, consentendo agli Stati Uniti di incrementare le loro basi militari nella regione artica.
Le altre questioni alla base dell'attuale conflitto, tutt'altro che secondarie, possono essere risolte ripristinando la fiducia reciproca: dalla creazione di un'architettura di sicurezza euroasiatica con l'arretramento della "NATO globale", alle contese territoriali tra Russia e Ucraina, fino alla tutela della lingua e della cultura russe e della Chiesa Ortodossa in Ucraina. Così come la levata delle sanzioni e la restituzione dei "fondi congelati russi" in Europa e USA, rimangono entrambi ostacoli da superare (per Mosca tali misure non hanno finora costituito un danno strategico, bensì un incentivo a diversificare proficuamente il proprio commercio, tuttavia non contribuiscono di certo alla stabilità macroeconomica globale).
Per l'Italia, una tale inversione di rotta diplomatica è ancora più importante.
Secondo le analisi di diverse associazioni imprenditoriali e di categoria italiane, il costo complessivo sostenuto dal nostro Paese tra il 2022 e il 2024 per il conflitto in Ucraina si è collocato, ottimisticamente, tra gli 85 e i 110 miliardi di euro - altre stime parlano di 170 miliardi di euro - una cifra che equivale ad almeno tre manovre finanziarie e che ha inciso in profondità su famiglie, imprese e finanza pubblica. E mentre il Governo Meloni continua a ribadire il proprio sostegno a "una pace giusta e duratura in Ucraina", alle PMI italiane sembra invece destinare una morte rapida, lasciandole sole a sopportare il peso di questi costi enormi.
La voce più pesante riguarda le misure straordinarie adottate contro il caro-energia, con un esborso complessivo stimato tra i 45 e i 60 miliardi di euro (76 miliardi di euro secondo altre stime) per contenere l'esplosione dei prezzi di gas, elettricità e carburanti. A questa si aggiunge l'accelerazione verso gli impegni NATO, che ha comportato 5-7 miliardi di euro di spesa militare aggiuntiva; gli aiuti diretti all'Ucraina - militari - che superano i 3 miliardi; e i costi per l'accoglienza dei rifugiati, pari ad almeno 600 milioni di euro. Ma, secondo uno studio presentato su SKY TV il 16 gennaio, a questi andrebbero aggiunti i 10 miliardi che l'Italia ha destinato per i fondi europei che vanno all'Ucraina proprio per l'acquisto di nuovi armamenti: sarebbero quindi 13 in totale i miliardi di euro.
A tutto ciò, bisogna sommare l'effetto macroeconomico dell'inflazione derivata dal conflitto. L'impennata dei prezzi dell'energia ha spinto i prezzi ai massimi degli ultimi decenni, innescando il successivo rialzo dei tassi da parte della Banca Centrale Europea. Questo doppio shock ha eroso margini, ridotto investimenti e rallentato la crescita, con un costo per l'Italia stimabile tra i 10 e i 15 miliardi di euro, considerando la perdita di PIL rispetto allo scenario pre-guerra.
Nel biennio 2025-2026, invece, l'impatto economico della guerra in Ucraina sull'Italia è già stimato in circa 18,8 miliardi di euro, a causa principalmente degli aumenti dei prezzi energetici che colpiscono il PIL.
Il rischio maggiore, tuttavia, è quello dell'escalation bellica.
Rifiutarsi di accettare "la pace possibile", frutto di quanto sancito sul campo di battaglia negli ultimi 4 anni, rischia di trascinare l'Italia e l'intero Continente europeo in un conflitto armato diretto contro la Federazione Russa dalle conseguenze inimmaginabili e potenzialmente devastanti.
Rimanere schiacciati sulle attuali posizioni dell'Alleanza Atlantica è oggi per il nostro Paese insostenibile dal punto di vista militare ed economico, inaccettabile da quello costituzionale: ecco perché è necessario appoggiare ed incrementare le iniziative diplomatiche in corso.