09/02/2026 strategic-culture.su  8min 🇮🇹 #304254

La Bulgaria tra contraddizioni politiche e instabilità

Davide Rossi

Un abbondante trentennio di transizione all'europeismo atlantista non ha convinto particolarmente i bulgari della presunta bontà della scelta occidentale

La cittadinanza manifesta piuttosto convinto dispiacere per la fine dell'esperienza socialista dentro il campo sovietico, latrice di stabilità e sicurezza sociale, oggi scomparse.

I giovani, più che con il voto elettorale o con un sondaggio di opinione, hanno manifestato dal 1989 ad oggi i loro convincimenti facendo le valigie. Nel 1989, ultimo anno alla guida dei comunisti bulgari di Todor Živkov, al potere dal 1954, nel ridente stato balcanico vivevano ben nove milioni di persone, oggi son rimasti in sei milioni e mezzo, principalmente anziani. Molti giovani negli anni '90 han preso la via di altre nazioni dell'Europa occidentale, oggi in tanti scelgono di andare a vivere e a lavorare in Russia.

I vincoli e le imposizione esterne della NATO e di Bruxelles sono costanti e non è un caso se i bulgari si apprestino a tornare alle urne in primavera per le ottave elezioni parlamentari in cinque anni. A dimostrazione di una crisi che attanaglia non soltanto il sistema politico, ma più in generale manifesta una forte e diffuso disagio sociale.

La frammentazione politica di questa terra prospiciente il mar Nero e stretta tra la piana danubiana a nord e i monti Rodopi a sud è l'esempio massimo di come la cosiddetta "democrazia occidentale" rappresenti un colossale fallimento.

Già la transizione del 1990 potrebbe essere definita una specie di colpo di mano da parte di elementi del partito decisi a rimanere al potere, infatti il Partito Comunista Bulgaro diventa il Partito Socialista Bulgaro, di fatto in accordo con Michail Gorbačëv, il quale avrebbe minacciato i dirigenti di allora, altrimenti sarebbe intervenuto direttamente, come oggi tutta la documentazione archivistica conferma, sul modello rumeno, per una transizione imposta dall'esterno.

Il Partito Socialista Bulgaro guidato da Aleksandar Lilov ha vinto le elezioni pluripartitiche del 17 giugno 1990, a tutta dimostrazione che la maggioranza dei bulgari, allora votanti in oltre sei milioni, con il 47% dei consensi attribuito ai precedenti governanti, si mostrassero molto dubbiosi e poco inclini alla propaganda liberal - liberista sperticata con violenza dall'Occidente in tutta l'Europa Orientale.

Solo con le elezioni del 1991 l'Unione delle Forze Democratiche, accozzaglia liberista e anticomunista, vince di misura le elezioni e promuove una violenta privatizzazione della terra e dell'industria, creando milioni di disoccupati, masse impoverite e arrabbiate che nel 1995 riporteranno ai potere i socialisti con Žan Videnov, dando vita per tutto l'ultimo decennio del secolo scorso a un infruttuoso alternarsi di governi stretti tra vincoli internazionali sempre più difficili e incapacità di rilanciare la produttività interna.

Anni devastanti e distruttivi, una transizione verso un'economia di mercato capitalista sfacciatamente architettata dalla Camera di Commercio statunitense e totalmente fallimentare, prezzi in rapida e costante crescita, tagli di ogni tipo, distruzione dello stato sociale, austerità imposta dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, tutto ciò porterà alla totale distruzione del modesto ma stabile tenore di vita della popolazione, facendo rimpiangere il passato socialista.

Nel 2001, a peggiorare la situazione, torna in Bulgaria l'ex zar bambino defenestrato dall'avvento del socialismo nel 1946, quando aveva sei anni. Simeone di Sassonia-Coburgo-Gotha si presenta sulla scena politica come il salvatore della patria nel momento del bisogno. Atteggiandosi a semplice cittadino, come Simeon Borisov, archiviando l'imbarazzante cognome Sakskoburggotski, ottiene alle elezioni del 18 giugno 2001 il 42,7% dei voti, raccolti tra i quattro milioni e mezzo che si sono recati alle urne. Le promesse altisonanti annunciano prosperità economica e lotta alla criminalità organizzata, tuttavia i bulgari capiscono presto di essersi lasciarti ingannare dall'ennesimo ciarlatano, subito in fuga dopo un solo mandato nel 2005, dopo aver ulteriormente inguaiato il popolo bulgaro obbedendo agli ordini di Washington e traghettando la Bulgaria nella NATO il 29 marzo 2004, un'adesione avvenuta nel quadro del più aggressivo e riprovevole allargamento antirusso dell'Alleanza Atlantica, che ha visto l'entrata nel sistema militare occidentale anche di Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia.

L'entrata della Bulgaria nell'Unione Europea avverrà invece più tardivamente il 1° gennaio 2007, quella nell'euro soltanto il 1° gennaio 2026, dopo l'accesso nello spazio Schengen avvenuto il 31 marzo 2024.

Dileguatosi dalla politica, Simeon Borisov Sakskoburggotski si è dedicato all'immobiliare, cercando di ripristinare la sua proprietà su castelli e tenute della corona reale bulgara, nazionalizzati dalla Repubblica Popolare di Bulgaria guidata da Georgi Dimitrov, il grande dirigente dell'Internazionale Comunista, scomparso nel 1949 e oggi traslato al cimitero della capitale Sofia, dopo essere stato ospitato in un mausoleo nel centro cittadino la cui distruzione ha richiesto più giorni della sua edificazione.

Gli avanzi del partito zarista tuttavia rimangono al governo anche nella legislatura successiva, i soli tre milioni e mezzo di elettori recatisi alle urne nel 2005 premiano con il 31% dei consensi una coalizione tra socialisti, socialdemocratici e agrari, secondi al 20% gli zaristi, le due forze si coalizzano con il Movimento per i Diritti e le Libertà, forza politica della minoranza turca bulgara composta da almeno mezzo milione di donne e uomini, così come di quella islamico - pomacca formata da trecentomila persone e dei rom, che rappresentano anch'essi un'altra porzione rilevante della popolazione bulgara con almeno mezzo milione di cittadini.

È questo governo che traghetta i bulgari dentro l'Unione Europea, arrivano alcuni capitali stranieri, contribuendo a un aumento del prodotto interno lordo nazionale e pro capite, tuttavia la disuguaglianza sociale ed economica aumenta, inoltre lo stipendio medio bulgaro in vent'anni non ha significativi margini di crescita, essendo ancora oggi solo un terzo di quello medio dell'Unione Europea.

All'ombra dell'ex zar immobiliarista si fa spazio Bojko Metodiev Borisov, il quale diventa sindaco della capitale nel 2005 e fonda l'anno seguente il partito "Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria", anch'esso ferocemente anticomunista, sebbene tanto lui quanto il padre avessero lavorato per il ministero degli interni al tempo del socialismo, con questo nuovo partito nel 2009 entra in parlamento con il 39,7%, mentre gli elettori scendono a quattro milioni e duecentomila, diventando subito primo ministro, condizionando la politica bulgara per oltre un decennio, poiché dopo il primo incarico dal luglio 2009 al marzo 2013, sarà di nuovo primo ministro dal novembre 2014 al gennaio 2017 e ancora da maggio dello stesso anno fino a maggio 2021.

Dall'aprile del 2021 all'ottobre del 2024 i bulgari sono chiamati a votare il parlamento ben sette volte, e nell'ultima occasione si recano ai seggi solo due milioni e mezzo di cittadini. Più o meno in tutte le occasioni risultata primo partito sempre quello di Borisov, tanto che l'attuale primo ministro dimissionario Rosen Dimitrov Željazkov è anch'egli parte di "Cittadini per lo Sviluppo Europeo della Bulgaria".

Borisov si è arricchito negli anni '90 del Novecento tra servizi di sicurezza e forme non trasparenti di gestione del patrimonio personale e altrui, per quanto abbia sempre proclamato di agire contro ogni mafia, da più parti si ritene che la connivenza con settori opachi della società bulgara siano una componente essenziale del suo agire politico.

Proprio il convincimento di trovarsi fronte a un "modello di governo sbagliato e dannoso" ha spinto il presidente socialdemocratico della Bulgaria, già generale dell'aeronautica militare, Rumen Radev, risultato vittorioso tanto nel 2016, quanto nel 2021 contro i candidati del partito di Borisov, a dimettersi per candidarsi come primo ministro in vista delle imminenti elezioni primaverili. Rumen Radev ha attribuito proprio a Borisov la responsabilità della diffusa povertà e della sfiducia nelle istituzioni statali. La democrazia bulgara, ha affermato il presidente, "non sopravviverà se la lasciamo in balia di funzionari corrotti, cospiratori ed estremisti".

Terzo protagonista della scena politica attuale, con oltre il 10% dei consensi, il magnate dei media Delyan Peevski, a capo del Movimento per i Diritti e le Libertà, accusato dall'Occidente di corruzione, tangenti e appropriazione indebita, probabilmente anche per la sua smaccata ostilità verso la pretesa subordinazione agli ordini atlantisti e bruxellesi.

Alle ultime elezioni hanno quasi raggiunto il 15% anche "Continuiamo il Cambiamento - Bulgaria Democratica" guidata da Kiril Petkov, il quale ha condotto i suoi studi in Canada e negli Stati Uniti e guida non a caso un partito totalmente allineato con l'Unione Europea e la Casa Bianca, nonché i sovranisti di "Rinascita", fondati e tutt'ora diretti da Kostadin Kostadinov.

Quello che è certo, è che Rumen Radev intercetta una parte considerevole del consenso popolare ostile verso un trentennio di transizione liberal - liberista, la quale non ha dato il benessere ingenuamente sperato, così come quella porzione di cittadini che credono del tutto erroneo mantenere rapporti conflittuali con la Russia.

Infatti gli oppositori di Radev lo etichettano come filo-russo o addirittura come uomo del Cremlino, solo perché si è espresso contro le forniture di armi a Kiev e ha messo in guardia contro il proseguimento della guerra in Ucraina. Va in ogni caso ricordato che Radev ha trascorso praticamente tutta la sua carriera come ufficiale della NATO ed è stato addestrato presso la base aerea di Maxwell in Alabama, allo stesso modo non può essere considerato un oppositore dell'Unione Europea, anche se ha criticato l'introduzione dell'euro senza un'adeguata preparazione, al pari dell'integrazione nell'area Schengen, la quale non ha prodotto i benefici promessi, così come ha contestato le normative imposte da Bruxelles, le quali non tengono conto della realtà bulgara.

Storico e giornalista, è direttore del Centro Studi "Anna Seghers" di Milano e dell'ISPEC, Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo della Svizzera Italiana, dove è professore. A Kinshasa, Repubblica Democratica del Congo, è vicedirettore dell'Institut International de Formation et Recherche "Patrice Lumumba". Autore di numerosi libri sui Paesi e le Civiltà del continente eurasiatico ed africano, è articolista per numerose testate europee.

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