23/02/2026 strategic-culture.su  15min 🇮🇹 #305707

Geopolitica della Cina contemporanea

Daniele Perra

La Repubblica Popolare Cinese, e la sua strategia geopolitica, rimangono ancora un mistero per il pubblico occidentale. Questo, infatti, è spesso vittima di una doppia distorsione della realtà che arriva sia dall'informazione generalista che da quella cosiddetto "alternativa". Fattore prodotto di un doppio livello di infiltrazione della propaganda a stelle e strisce in quella parte di mondo sottoposta al dominio culturale e militare di Washington. Qui si cercherà di fare un minimo di chiarezza

Prima di entrare nel merito dell'argomento, è opportuno ricordare che la geopolitica della Cina popolare è interamente costruita attorno al superamento di quella condizione di inferiorità alla quale il Paese, l'Impero cinese, venne posto nel cosiddetto "secolo delle umiliazioni": dalla metà dell'Ottocento, più o meno (con le guerre dell'oppio e la penetrazione coloniale europea) fino alla metà del Novecento (dunque, la fine della dinastia manciuriana Qing, la Rivoluzione repubblicana di Sun Yat-sen, la parcellizzazione del Paese, l'invasione giapponese e la successiva guerra e rivoluzionaria maoista.

Già nei primi anni '50, si era avuta un'avvisaglia del "risveglio" cinese con l'invio di un'armata volontaria in Corea che, di fatto, ebbe un ruolo decisivo sull'esito del conflitto. In quell'occasione, il messaggio era chiaro: la Cina non avrebbe tollerato una presenza nordamericana ai propri confini. Ad oggi, infatti, sebbene la Corea del Nord mantenga un buon grado di autonomia strategica che l'ha portata a sviluppare armi nucleari, questa deve la sua esistenza alla Cina ed al suo ruolo di cuscinetto verso la Corea del Sud (dove il contingente nordamericano è piuttosto grosso).

Detto ciò, quando parliamo di geopolitica della Cina bisogna tenere a mente alcuni punti cardine:

  • una suddivisione della storia della Repubblica Popolare in diverse ere alle quali corrispondono delle specifiche funzioni e obiettivi;
  • il principio della Cina unica e del modello "un Paese, due sistemi";
  • l'idea di unità nella molteplicità come base per la costruzione di un sistema multipolare;
  • quelli che sono gli obiettivi stessi della geopolitica cinese: a) la sicurezza energetica (con un posto di predominio nel mercato delle risorse ed il multilateralismo in diversi teatri) e l'aggiramento del sistema di contenimento statunitense lungo la prima catena di isole (che si lega alla costruzione della Nuova Via della Seta sia terrestre (per creare uno spazio eurasiatico continentale libero dal controllo USA), sia marittima (con particolare enfasi sulle rotte artiche, dove gli USA sono in deficit - ragione per cui Trump mira alla Groenlandia);
  • il fatto che il contrasto al contenimento americano debba essere costruito in primo luogo attraverso la cooperazione pacifica ed economicamente mutualmente vantaggiosa con i vicini di prima fascia (l'accordo di libero scambio RCEP - Regional Comprehensive Economic Partenership, ad esempio), con la cooperazione continentale (SCO - Shanghai Cooperation Organization), con quella globale (il sistema BRICS).

Sembra opportuno partire dal primo punto. La costruzione delle relazioni internazionali cinesi si è evoluta in tre fasi: a) fase iniziale (1949-78) o era del "levarsi in piedi"; b) fase di aggiustamento dopo l'avvio dell'era di riforma e apertura (1978-2012) o era della "prosperità crescente"; c) l'attuale fase di stabilizzazione, equilibrio e sviluppo della potenza (o era del "diventare forti").

Nel corso della prima fase, la diplomazia cinese ha seguito le strategie del "pendere da un lato", "colpire con due pugni" e dell'imporre una "linea unica su vasta scala". L'obiettivo primario era quello di salvaguardare la sovranità e la sicurezza del Paese (ragione per cui si scelse di intervenire al fianco della Corea del Nord, come già anticipato) e di creare un ambiente regionale e internazionale adatto allo sviluppo nazionale. È in questo periodo che si formano i principi di indipendenza ed autosufficienza cinese. La seconda fase ha visto l'alternarsi di tre guide politiche: Deng Xiaoping (1978-1992), Jiang Zemin (1992-2002) e Hu Jintao (2003-2012). Il primo ha impostato la sua politica estera sulla normalizzazione dei rapporti internazionali della Repubblica Popolare. Il secondo ha posto le basi per lo sviluppo della teoria multipolare. Mentre il terzo ha posto enfasi particolare sul concetto di "diplomazia al servizio dei popoli". Nel corso della prima e della seconda fase la Cina ha posto le basi materiali per il passaggio da "grande Paese" a potenza, realizzatosi nella terza fase. Tuttavia, prima di analizzare la terza fase sarà utile ricordare che il PCC ha sempre attribuito grande importanza al problema dei metodi ideologici. Mao, ad esempio, ha ripetutamente sottolineato l'importanza della "metodologia di ricerca" nella consapevolezza che per guardare il futuro fosse necessario in primo luogo volgersi al passato e studiare la storia. Jiang Zemin, da taluni definito come una sorta di "dittatore dello sviluppo", ha affermato: "Il metodo ideologico corretto è analizzare e trattare i problemi in modo scientifico, completo e realistico con il materialismo dialettico". E ancora: "Per adattarsi alle esigenze di espansione degli scambi internazionali, è necessario apprendere meglio i punti di forza dei Paesi di tutto il mondo e comprendere anche la storia del mondo".

Xi Jinping è il grande protagonista della terza fase quella del "divenire forti". Lui ha proposto i cinque tipi di pensiero scientifico: pensiero strategico, pensiero storico, pensiero dialettico, pensiero innovativo e pensiero di fondo. In relazione al pensiero storico, facendo riferimento alla sentenza di Engels secondo la quale la storia mette tutto sulla giusta strada, ha affermato: "Il mondo di oggi si sviluppa dal mondo di ieri. Molte delle cose che si trovano nel mondo di oggi possono essere viste nella storia. Molte delle cose che sono successe nella storia possono essere usate anche come specchi dell'oggi. Prestare attenzione alla storia, studiare la storia e trarne esperienza può portare molta saggezza all'umanità per capire lo ieri, l'oggi e creare il domani. La storia, quindi, è la migliore maestra dell'umanità".

Ora, se la prima fase era legata ad una forma di terzomondismo derivata dall'esperienza maoista e dal ruolo cinese all'interno dello schieramento dei "Paesi non allineati" (cosa che portò anche ad un inusuale asse tra Cina e Albania definito in termini di "amicizia fraterna"); la seconda fase si contraddistinse per lo sviluppo di un nuovo approccio rivolto ad adattare l'entità e la struttura della diplomazia alle esigenze nazionali.

Nella prima fase, inoltre, si ebbe la rottura tra Cina e URSS: evento fondamentale perché poi porterà alla distensione tra la stessa Cina e gli Stati Uniti negli anni '70. A questo proposito è utile ricordare che gli Stati Uniti hanno alternativamente cercato di staccare l'asse Mosca-Pechino (o meglio, l'hanno sempre considerato una minaccia). Così, talvolta si sono avvicinati all'URSS/Russia in chiave anticinese: altre volte si sono avvicinati alla Cina in chiave antirussa (dipende dall'orientamento delle amministrazioni). Questo è un fattore importante anche per comprendere meglio le dinamiche attuali, sebbene poi, nel corso del tempo, sia divenuto quasi impossibile sganciare, almeno politicamente, le due capitali (nonostante un certo malcontento in parte delle élite russe riguardo l'eccessiva dipendenza dalla Cina, ulteriormente aumentata con il conflitto in Ucraina ed il regime sanzionatorio imposto dall'Occidente a Mosca).

In questi anni, inoltre, si sviluppa quella che ancora oggi si presenta come l'unica vera alleanza stretta da Pechino nella regione: quella con il Pakistan (non è un alleanza formale ovviamente, ma i due Paesi sono intimamente legati). Negli stessi anni, ancora, l'URSS si era avvicinato alla neutrale India (paese con il quale proprio la Cina combattè una guerra nei primi anni '60). Nello stesso periodo, sempre la Cina è attiva nel sostegno ai movimenti che si oppongono al colonialismo europeo in Africa. Mentre diverso è il discorso per l'Indocina, dove, a partire dai primi anni '70, si manifestano tensioni con il Vietnam comunista, che poi entrerà in conflitto con la Cambogia dei Khmer rossi, sostenuti proprio dalla Cina e sottobanco pure dagli Stati Uniti).

È un periodo storico piuttosto complesso che avrà pesanti strascichi. Però, sul finire degli anni '70 la ricostruzione ufficiale delle relazioni con gli Stati Uniti è fondamentale per due motivi: uno è il suddetto principio della Cina Unica, l'altro sono i fatti di Tienanmen che rappresentano un vero e proprio spartiacque nella storia cinese. Per ciò che concerne il primo punto è opportuno fare chiarezza.

Nel 1979, sotto l'amministrazione Carter, vennero ufficialmente instaurate delle relazioni diplomatiche tra Repubblica Popolare Cinese e Stati Uniti. L'atto si poneva come il compimento di un percorso iniziato nel 1972 con la celebre visita di Richard Nixon a Pechino. La mossa seguente da parte di Washington fu la cessazione delle relazioni diplomatiche con Taiwan (l'isola occupata dalle forze del Kuomintang in fuga dalla Cina continentale nel 1949). Tuttavia, allo stesso tempo, gli Stati Uniti si impegnarono tramite il TRA - Taiwan Relations Act a difendere la sovranità territoriale dell'isola attraverso la vendita di armamenti e la fornitura di sistemi di difesa (senza troppi giri di parole, si trattava di uno strumento che consentiva - e consente - agli USA di mantenere delle posizioni strategiche nella regione). Di fatto, attraverso scorciatoie semantiche, gli Stati Uniti sostengono che con gli accordi del 1979 non hanno mai riconosciuto il principio della "Cina unica" sostenuto da Pechino. Hanno semplicemente preso atto della posizione cinese, ma non hanno mai dichiarato che la RPC è l'unica Cina. Cosa che secondo il PCC, al contrario, sarebbe implicita nell'accordo. A ciò si aggiunga che esiste una sorta di tacita intesa sull'esistenza di una "Cina Unica" tra PCC e Kuomintang risalente ai primi anni '90 e nota come 1992 Consensus. Tale intesa oggi è sottoposta ad ampie critiche da parte dei partiti indipendentisti di Taiwan. Ragione che ha portato Xi Jinping a mostrare delle posizioni decisamente dure nei confronti dei "separatisti" che hanno ricordato quelle tradizionali del maoismo.

La politica di Washington è rimasta estremamente ambigua sull'argomento nel corso degli ultimi quattro decenni. L'amministrazione Reagan, con le "sei assicurazioni" del 1982, si impegnò a non avviare alcune mediazione tra RPC e Taiwan. Nella seconda metà degli anni '90 (dunque in uno dei momenti di maggiore espansione della open door policy di Washington), Bill Clinton, nel corso di una visita istituzionale a Shanghai, mise in atto la politica dei "tre no" nei confronti di Taiwan: a) diniego alle aspirazioni separatiste; b) diniego del possibile sistema una Cina, una Taiwan; c) diniego di una rappresentanza internazionale per l'isola (cosa che presuppone il requisito ed il riconoscimento della sua statualità). Tuttavia, Clinton fu anche colui che inviò la flotta USA nello stretto di Taiwan. L'amministrazione Bush Jr., a sua volta, attuò una politica di doppia deterrenza sia contro le aspirazioni cinesi alla riunificazione, sia contro le tentazioni indipendentiste di Taiwan. Obama, al contrario, puntò sulla cooperazione sino-taiwanese pur procedendo a tre consistenti vendite di armamenti all'isola durante i suoi due mandati presidenziali. Il repentino incrinarsi del rapporto lo si deve soprattutto alla politica messa in atto dall'amministrazione Trump, "peggiorata" da Biden, ed ulteriormente fomentata dalla seconda amministrazione Trump. Nonostante ciò, è curioso il fatto che oggi Washington da un lato continui nella sua fornitura di sistema di difesa a Taiwan, mentre, dall'altro pretenda il trasferimento della produzione di microchip dall'isola al territorio continentale degli Stati Uniti.

Anche all'interno della stessa Cina, inoltre, vi sono diverse correnti sul come rapportarsi all'isola in caso di una sua annessione. C'è chi ritiene di dover utilizzare il principio "un Paese, due sistemi" già applicato ad Hong Kong, anche sfruttando il fatto che i due sistemi sono già in qualche modo economicamente interconnessi; e chi, invece, ritiene necessaria una annessione/assimilazione. Entrambi i casi presentano dei rischi soprattutto in termini di potenziale destabilizzante una volta avvenuta l'annessione (e si pensi ai ripetuti meccanismi di "rivoluzione colorata" abortiti ad Hong Kong.

Questo conduce inevitabilmente all'evento di Tienanmen del 1989, definito da Deng Xiaoping come un vero e proprio tentativo di instaurare in Cina, da parte di rivoltosi e facinorosi, un governo vassallo dell'Occidente. Di fatto, l'apertura economica favorita dalle riforme di Deng ha avuto degli effetti sia positivi che negativi. Se da un lato ha favorito lo sviluppo produttivo ed il sollevamento dalla condizione di povertà di milioni di famiglie cinesi; dall'altro, ha consentito la penetrazione in Cina di organizzazioni non governative che si sono rapidamente rivelate come strumenti del "potere morbido" nordamericano. Una menzione particolare la meritano l'Open Society del celebre filantropo/speculatore George Soros, il National Endowment for Democracy e l'Albert Einstein Institute del teorico delle "rivoluzioni colorate" Gene Sharp (il "Machiavelli della non violenza"). Un'altra menzione particolare, in questo contesto, la meritano due personaggi legati a doppio filo l'uno con l'altro: l'ambasciatore statunitense in Cina James Lilley ed il politico Zhao Ziyang (che nei piani occidentali sarebbe dovuto divenire il Gorbaciov cinese). A partire dal 1986, tramite il China Fund (legato alla Open Society), George Soros ha apertamente finanziato l'Istituto per la Riforma Economica e Strutturale di Zhao Ziyang (un "serbatoio di pensiero" in puro stile occidentale attraverso il quale veniva propugnata la privatizzazione totale delle imprese e delle proprietà statali e la liberalizzazione del mercato). Non a caso Zhao è divenuto nume tutelare dei rivoltosi di Tienanmen. James Lilley, a sua volta, nominato ambasciatore in Cina negli ultimi mesi dell'amministrazione Reagan, è stato dal 1951 al servizio della CIA in Asia con il preciso ruolo di "combattere il comunismo". Alla pari di quanto avvenuto più recentemente ad Hong Kong, anche a Tienanmen l'ambasciata statunitense è stata l'epicentro del reclutamento degli agenti da infiltrare nelle manifestazioni. Quegli stessi infiltrati che hanno trasformato la manifestazione in un aperto atto di rivolta violento contro il potere costituito. Lilley, inoltre, è stato anche una figura chiave dell'operazione CIA Yellowbird che ha consentito a diverse centinaia di dissidenti cinesi di trovare rifugio negli Stati Uniti ed in altri Paesi occidentali; tra loro anche l'astrofisico Fang Lizhi (uno dei volti più conosciuti della protesta) che Deng in diverse occasioni apostrofò come "femminuccia" e "traditore della patria".

È un dato di fatto che la corrente liberale del PCC, guidata da Zhao Ziyang, si poneva come obiettivo proprio quello dell'evoluzione del sistema cinese verso il parlamentarismo democratico di stampo occidentale. Vista l'esperienza sovietica, si può immaginare cosa sarebbe successo se tale linea, a seguito dei fatti del 1989, avesse avuto la meglio. Thomas Hobbes, nel suo Leviatano, afferma espressamente che coloro i quali si accingono attraverso la disobbedienza a non fare nulla più che una debole riforma dello Stato finiscono sempre per distruggerlo "in modo simile alle sciocche figlie di Peleo le quali, desiderando rinnovare la giovinezza del loro decrepito padre, per consiglio di Medea, lo tagliarono a pezzi e lo bollirono insieme con strane erbe ma non fecero di lui un uomo nuovo". Così, nel caso cinese, si sarebbe proceduto ad una rapida liquidazione del Partito, alla totale liberalizzazione economica ed a privatizzazioni su vasta scala. Le multinazionali occidentali avrebbero depredato la Cina; il Paese sarebbe stato smembrato (dal Tibet allo Xinjiang); la criminalità sarebbe aumentata a dismisura ed il tasso di disoccupazione avrebbe toccato picchi inimmaginabili. In altri termini, si sarebbe prospettato uno scenario così umiliante per il popolo cinese da poter essere facilmente paragonato al momento successivo alle Guerre dell'Oppio. Di conseguenza, non è così improprio affermare che senza la sconfitta dei rivoltosi nel 1989 la Cina oggi non sarebbe il principale rivale economico, tecnologico (e di conseguenza geopolitico) degli Stati Uniti sul piano globale. E non è improprio affermare che senza la vittoria della linea di Deng Xiaoping la crescita cinese non avrebbe svolto il ruolo di motore verso un sistema multipolare, comunque ancora in nuce.

Il "cambio di regime", inoltre, si presentava come funzionale al disegno neoliberista di fare della Cina il principale snodo manifatturiero globale a condizione che il divario tecnologico con gli USA restasse costante, se non aumentato, e che la bilancia commerciale non pendesse troppo verso Oriente". Invece, con Deng e Jiang Zemin si sono poste le basi affinché la Cina non solo è divenuto il principale snodo manifatturiero globale, ma la guida salda del PCC ha permesso anche di diminuire il divario tecnologico con gli USA e di far pendere totalmente la bilancia commerciale verso Oriente, nonostante i tentativi piuttosto grossolani delle amministrazioni Trump di limitare i danni attraverso la fallimentare politica dei dazi.

Tornando alle fasi di sviluppo della geopolitica cinese verso l'esterno, nell'ultimo periodo della seconda fase, ed a cavallo tra questa e la terza la Cina ha rafforzato la sua cooperazione con l'Africa. Nel 1995 l'Export-Import Bank of China ha iniziato a fornire prestiti a basso interesse a medio e lungo termine ai Paesi in via di sviluppo ed ai Paesi africani in modo particolare. E nel 2000 è stato costituito il Forum per la Cooperazione Cina-Africa. Questa cooperazione, a sua volta, si fonda su quattro principi: a) promozione della solidarietà, dell'amicizia e dell'uguaglianza; b) adoperarsi per ritorni economici positivi e fattibili; c) inclusione e scambi di formazione; d) migliorare le capacità di autosufficienza e lo sviluppo delle rispettive economie nazionali.

Questo, ancora una volta, è in conflitto con il racconto occidentale che definisce l'espansione cinese nel continente africano (o nell'Asia meridionale) come una forma di imperialismo. In realtà, l'imperialismo mai si fonda sul mutuo vantaggio. Sia Hobson che Lenin lo definivano come l'utilizzo della macchina militare statale da parte di compagnie private in modo che queste potessero dare sfogo alla loro sete di ricchezza verso l'esterno. Di fatto, storicamente, i vantaggi diretti dello Stato imperialista erano minori di quelli ottenuti dalle sue élite imperialiste. E l'imperialismo è sempre il prodotto di un sistema capitalista. Questo non è vero per la Cina dove c'è sì un'economia di mercato ma dove non c'è uno Stato capitalista per il semplice motivo che il capitale non domina sulla politica. Anzi, è l'opposto. E lo stesso "mito" della trappola del debito (con il quale la Cina si accingerebbe a strozzare i suoi debitori), tra l'altro, è stato ampiamente smentito da diversi studi portati avanti anche da alcune università nordamericane.

Fondamentale, infine, per ciò che concerne la geopolitica cinese, è il concetto geostrategico del "dare le spalle al nord e all'ovest per rivolgere lo sguardo al sud e all'est", a cui si lega la terza fase o quella del divenire forti. Tale impostazione ha un profondo significato storico. Per tutto il corso del lungo periodo imperiale e della fondazione della nuova Cina, le principali minacce alla sicurezza del Paese sono arrivate da ovest e da nord. Per questo motivo la Cina ha investito enormi risorse strategiche su questi due fronti (si pensi alla costruzione della Grande Muraglia, ad esempio) e non è stata in grado di concentrarsi sulle sfide della sicurezza marittima ad est ed a sud, causando l'accumulo di contraddizioni e problemi in queste regioni. Lo sviluppo della strategia "dare le spalle al nord e all'ovest per rivolgere lo sguardo al sud e all'est", nel momento in cui è stato rafforzato l'asse con Mosca, consente alla Cina di affrontare le pressioni nel Mare Cinese Orientale, nello Stretto di Taiwan e nel Mare Cinese Meridionale.

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