07/03/2026 strategic-culture.su  11min 🇮🇹 #306918

 Pakistan-Afghanistan : l'escalade militaire fait craindre un conflit ouvert

Cosa succede tra Pakistan e Afghanistan ?

Daniele Perra

L'attacco pakistano alle principali città afghane nella notte di venerdì 27 febbraio segna un punto di svolta nell'ormai protratto conflitto di frontiera tra i due Paesi. Cerchiamo di comprendere le ragioni di questo nuovo fronte di guerra in Asia meridionale.

In Occidente si tende sempre a considerare i Talebani come un prodotto "Made in Pakistan". Questi, inoltre, vengono associati indebitamente alle diverse milizie gihadiste che si opposero alla presenza sovietica in Afghanistan negli anni '80 del secolo scorso. Sebbene molti reduci del gihad antisovietico siano finiti ad ingrossare le fila del Movimento talebano, la realtà dei fatti è sostanzialmente diversa da come viene spesso descritta.

In primo luogo è bene ricordare che i rapporti tra Pakistan e Afghanistan sono sempre stati piuttosto complessi ed in larga parte inquinati dai disastri geopolitici generati dal colonialismo britannico nella regione. Nel corso degli anni ci sono state diverse rivendicazioni afghane su alcuni territori del Belucistan e della NWFP - North Western Frontier Province. Tra il 1955 ed il 1962 le relazioni tra i due Paesi si guastarono quando Kabul sostenne il progetto del "Grande Pashtunistan": ovvero, la creazione di un grande Stato Pashtun che inglobasse, oltre all'Afghanistan, i territori abitati da questa etnia in Pakistan.

Negli anni '80, il dittatore militare pakistano Zia ul-Haq si autoconvinse che il sostegno pakistano al gihad antisovietico avrebbe posto fine a questo tipo di rivendicazioni installando a Kabul un governo Pashtun, islamista e fedele ad Islamabad. Ciò, inoltre, avrebbe garantito al Pakistan una profondità strategica che la sua conformazione geografica allungata, e priva di quella che in termini geopolitici viene definita come "riva" (un confine difficilmente superabile), non poteva assicurare in caso di una prolungata guerra con l'India.

Ora, il sostegno del Pakistan al Movimento degli studenti coranici risale al secondo mandato di Benazir Bhutto come Primo Ministro (1993-1996). Questa aveva già avuto modo di governare dal 1988 al 1990 quando, dopo la morte di Zia ul-Haq e grazie alla mediazione degli Stati Uniti, era riuscita a trovare un compromesso con lo strapotere militare attraverso l'assicurazione che non avrebbe intaccato il bilancio della difesa e avrebbe lasciato all'esercito la gestione della politica estera. Dopo pesanti accuse di corruzione (rivolte soprattutto al marito Asif Ali Zardari che sfruttò non poco la posizione della moglie) fu costretta a lasciare il governo nel 1990. Tuttavia, per l'intero decennio successivo, la politica interna pakistana venne trasformata in una sorta di faida tra la famiglia Bhutto e quella di Nawaz Sharif (altro personaggio non estraneo all'utilizzo della "cosa pubblica" per la salvaguardia dei propri interessi privati, nonché fratello dell'attuale Primo Ministro pakistano).

Questo periodo di tempo coincide anche con alcuni eventi geopolitici di notevole rilievo: in primo luogo, la dissoluzione dell'Unione Sovietica. Se la strategia USA negli anni '80 si era concentrata sulla creazione di una sorta di "cintura verde" (governi a trazione islamista-fondamentalista) ai confini meridionali dell'URSS, dalla metà degli anni '90 in poi, questa (anche in virtù delle teorie dell'ex Consigliere Nazionale alla Difesa dell'amministrazione Carter, Zbigniew Brzezinski) si concentrò principalmente verso il controllo (più o meno diretto) dell'Asia centrale. Non a caso, tra il 1998-99, alcune Repubbliche ex-sovietiche della regione conobbero un incremento delle attività terroristiche (ad esempio, la formazione del Movimento Islamico dell'Uzbekistan che si stazionò nella strategica Valle del Fergana) che le porterà, volenti o nolenti, a dover accettare la presenza di basi USA sul proprio territorio.

Più o meno nel medesimo spazio temporale, l'Afghanistan, dopo aver esaurito il compito di mettere in crisi il potere sovietico, sprofondò in una sorta di buco nero in cui signori della guerra e della droga si spartirono il potere (spesso anche scontrandosi gli uni con gli altri), gestendolo anche a discapito e sulla pelle della popolazione civile. L'iniziale successo e consenso riscosso dai Talebani fu legato proprio al desiderio popolare di ordine, giustizia e stabilità contro i soprusi dei signori della guerra. Il Pakistan iniziò a promuovere la causa talebana a partire dal 1993 ed in questo ebbe un ruolo di primo piano il Generale Naserullah Babar. Islamabad, a partire da questa data, iniziò progressivamente a ridurre il sostegno fin lì accordato a Gulbuddin Hekmatyar (incapace di compiere la missione che l'ISI - il potente servizio segreto di Islamabad - gli aveva affidato; rendere l'Afghanistan un protettorato pakistano) ed a foraggiare il Movimento guidato dal Mullah Omar. L'obiettivo, ancora una volta, era quello di stabilizzare l'Afghanistan dandogli un governo filo-pakistano (il rischio di un'influenza indiana, russa e iraniana a Kabul, tramite Burhanuddin Rabbani, era estremamente alto) anche nella prospettiva di costruire una rotta commerciale diretta verso l'Asia centrale. Gli sforzi pakistani in questo senso si intensificarono dal 1995: l'anno in cui i Talebani conquistarono Herat.

Tuttavia, i Talebani si dimostrarono ben presto molto più "autonomi" di quanto lo stesso ISI potesse credere ed estremamente connessi con il tessuto economico e socio-politico del Pakistan. Questi, infatti, in molti casi possedevano documenti pakistani; avevano studiato ed erano stati addestrati in Pakistan; avevano già collegamenti profondi con Partiti politici islamisti pakistani e con gruppi criminali legati al contrabbando.

Che il contrabbando abbia storicamente rappresentato un grave problema per il Pakistan non è di certo una novità. Lo zelo con il quale il Paese dell'Asia meridionale sta cercando di portare avanti, insieme a Pechino, i progetti della Nuova Via della Seta, nonostante le tensioni ed i tentativi di sabotaggio, è anche legato alla volontà di regolare i traffici da e verso i porti di Gwadar e Karachi.

Il contrabbando che si estende dall'Asia centrale al Golfo Persico, all'Iran ed al Pakistan, rappresenta una grave perdita in termini di entrate per ogni Paese coinvolto. Il Pakistan, vista la particolare posizione geografica e non essendo particolarmente ricco di materie prime, è quello che subisce maggiormente i danni derivati da questi mancati introiti. La sua industria locale, inoltre, è stata a più riprese messa in difficoltà dall'introduzione clandestina di beni di consumo provenienti dall'estero.

La principale fonte di sostegno per il Movimento talebano, prima ancora che l'ISI optasse per l'aperto sostegno, di fatto, era il "pedaggio" pagato dagli autotrasportatori in cambio dell'apertura delle strade afghane al contrabbando. Volendo fare un paragone con eventi più vicini nel tempo, si potrebbe fare riferimento a quanto accaduto nello scenario siriano-iracheno con il sedicente "Stato Islamico" abile nello sfruttare le rotte verso la Turchia e la porosità dei confini per il contrabbando di greggio e manufatti preziosi. Il giornalista pakistano Ahmed Rashid ha riportato che tra il 1992 ed il 1993 la perdita in entrate doganali per il Pakistan era stata di 3 miliardi di rupie; nel 94-95 è stata di 11 miliardi; nel 97-98 di 30 miliardi. Così ha scritto nel suo studio sulla nascita e sviluppo del fenomeno talebano: "L'economia sommersa in Pakistan sale dai 15 miliardi di rupie del 1973 ai 1115 del 1996 [...] Nel corso dello stesso periodo, l'evasione fiscale - compresa l'evasione dei diritti doganali - da 1.5 miliardi di rupie raggiunge il picco di 152 miliardi".

Questa forma di "evasione" incontrollata e mai del tutto ostacolata, per anni ha contribuito anche ad arricchire svariati gruppi di potere (corrotti) all'interno del Pakistan. Negli anni '90, inoltre, iniziarono a farsi sentire le ripercussioni della guerra per procura all'Unione Sovietica in Afghanistan. Questa, infatti, aveva creato la cultura dell'eroina, del Kalashnikov e della madrasa wahhabita. In dieci anni di guerra il profilo sociale del Paese era stato profondamente stravolto.

L'ISI, nel suo appoggio ai Talebani, ha cercato di sostituirsi ai gruppi criminali di Quetta legati al contrabbando. Quando i Talebani entrarono a Mazar-i Sharif nel 1998, i capi militari pakistani considerarono questa vittoria come una vittoria pakistana. Essi, inoltre, ritenevano che il governo talebano, a differenza di ogni precedente regime afghano, avrebbe riconosciuto la Linea Durand e tenuto a bada il nazionalismo Pashtun nel NWFP, dando, al contempo, uno sbocco agli islamisti radicali pakistani (dal 1994 al 2001 oltre 80.000 miliziani pakistani combatterono tra le fila dei Talebani) ed impedendo la creazione di un fronte interno.

Questi calcoli sono andati incontro ad un rovinoso errore strategico, dietro il quale si nasconde anche una forma di cecità geopolitica del governo e dei militari pakistani. Ancora nel 2021, con la fuga rovinosa degli Stati Uniti dall'Afghanistan (che nulla ha da invidiare alla fuga degli stessi da Saigon) ed il ritorno al potere dei Talebani, si pensò ad una vera e propria vittoria strategica del Pakistan, visto il continuo sostegno nascosto alla causa degli studenti islamici per tutti i vent'anni dell'occupazione. L'allora primo ministro Imran Khan (oggi in carcere sulla base di accuse piuttosto deboli, ad onor del vero, ma collegate al suo stile di governo "populista" e troppo apertamente anti-occidentale) dichiarò che l'Afghanistan aveva finalmente rotto le catene della schiavitù.

Tuttavia, Islamabad, nonostante gli sforzi di altre potenze regionali (Cina e Russia) per stabilizzare l'area e garantire il riconoscimento internazionale del governo talebano, ha dovuto rapidamente scontrarsi con una realtà dei fatti ben diversa e, soprattutto, con la crescente influenza del ramo pakistano del Movimento talebano: il Tehreek-e-Taliban o TTP (nato nel 2007 e protagonista sia del conflitto tra Talebani e forze di occupazione USA, sia di una serie di attentati terroristici in territorio pakistano).

Dopo un periodo di relativo "idillio" tra i due Paesi, hanno avuto inizio gli scontri di frontiera ed una serie di reciproche accuse nelle quali, per l'osservatore occidentale, rimane assai difficile districarsi. In particolare, Islamabad accusa Kabul di ospitare sul suo territorio basi e miliziani del TTP e di altri gruppi terroristici legati al movimento secessionista del Balocistan (gruppi sostenuti anche dall'India al preciso scopo di favorire una nuova secessione nel territorio del Pakistan, sulla scia di quanto avvenne nel secolo scorso con il Bangladesh). Curioso notare come questi gruppi abbiano un ruolo di primo nel sabotaggio delle infrastrutture della Nuova Via della Seta (in particolar modo, del Corridoio Economico Sino-Pakistano) rivolte sia a trasformare il Pakistan in Hub commerciale regionale, sia (per Pechino) ad aggirare il collo di bottiglia dello Stretto di Malacca (pattugliato dagli Stati Uniti) per il proprio approvvigionamento energetico (ragione per cui oggi, tra l'altro, si vorrebbe arrivare ad un "cambio di regime" in Iran: per evitare che il commercio interno allo spazio eurasiatico finisca per ingrossare la poderosa ascesa industriale della Cina, mettendo al contempo a rischio il sistema egemonico del dollaro).

A sua volta, l'Afghanistan afferma che in Pakistan si troverebbero basi del sedicente "Stato Islamico del Khorasan", nemico giurato dei Talebani afghani ma non di quelli pakistani che, paradossalmente, si troverebbero in sintonia con questo per ciò che concerne la destabilizzazione del progetto infrastrutturale cinese.

Tutti negano le rispettive accuse. Tuttavia, è importante sottolineare che l'area di confine tra Pakistan e Afghanistan è storicamente assai permeabile; tale si è dimostrata dal gihad antisovietico all'invasione USA, fino agli ultimi giorni, e non bisogna tralasciare la facilità con la quale vengono spesso corrotte le guardie di frontiera sui rispettivi lati. Già l'amministrazione Obama, constatando questo fatto, aveva portato la guerra all'interno dei confini pakistani (il Pakistan, di fatto, è stato il Paese che più di tutti ha subito gli effetti negativi e drammatici della cosiddetta "guerra al terrore") e bombardato le aree tribali sotto la sovranità di Islamabad.

Oggi, la situazione non sembra essere particolarmente cambiata. La porosità della frontiera rimane un fattore di destabilizzazione, nonostante il fragile accordo negoziato da Turchia, Qatar e Arabia Saudita nell'ottobre scorso.

La questione della Linea Durand merita un breve approfondimento. Per i Pashtun afghani (maggioritari nel Movimento talebano), infatti, rappresenta una ferita storica. Questa prende il nome da Sir Mortimer Durand, segretario agli esteri dell'India britannica che, nel 1893, forzò la mano del sovrano afghano Amir Abdul Rehman Khan ad accettare una divisione dei suoi territori e della stessa popolazione Pashtun. Lo storico afghano Nabi Sahak, a questo proposito, ha messi in evidenza come la linea avrebbe dovuto rappresentare semplicemente una divisione delle zone di influenza tra britannici ed afghani e mai un confine internazionale permanente. Una situazione che addirittura portò l'Afghanistan a contestare l'ingresso del Pakistan nell'ONU nel momento in cui questo divenne uno Stato indipendente a seguito della partizione con l'India e la fine del regime coloniale di Londra.

Come già anticipato, ancora oggi l'Afghanistan talebano (un nuovo concentrato di nazionalismo-religioso) non riconosce la Linea Durand; e questo rappresenta il maggiore problema nel rapporto tra i due Paesi, a prescindere dalle rispettive accuse di sostegno a gruppi terroristici.

L'azione del Pakistan degli ultimi giorni, con violenti attacchi alle principali città afghane, ha proprio l'obiettivo di spingere il governo talebano ad un compromesso, al riconoscimento dei confini, sfruttando l'evidente superiorità militare e tecnologica pakistana (Islamabad, unico Paese musulmano al mondo, possiede anche armi nucleari). Ancora, un altro motivo della contesa è il fatto che il Pakistan si oppone all'apertura di vie commerciali tra Afghanistan ed India che dovrebbero necessariamente attraversare il suo territorio (cosa che consentirebbe all'Afghanistan di migliorare la sua posizione di Paese privo di sbocchi sul mare e ne ridurrebbe la dipendenza dallo stesso Pakistan che non lesina l'utilizzo della vie commerciali come strumento di coercizione nei confronti del vicino). La paura di Islamabad, in questo caso, rimane quella di venire schiacciato tra Afghanistan ed India. Un incubo strategico che si stava concretizzando con il governo di Karzai a Kabul.

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