30/03/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #309405

Meno concime oggi, meno pane domani: la guerra che arriva nel piatto

Margherita Furlan

Tutti parlano di petrolio. Tutti guardano il prezzo alla pompa. Ma c'è un'altra guerra dentro la guerra, silenziosa e più pericolosa, che sta per arrivare nel carrello della spesa di mezzo pianeta. È la crisi dei fertilizzanti.

Lo Stretto di Hormuz è largo 33 chilometri. Tutti sanno che da lì passa un quinto del petrolio mondiale. Quello che quasi nessuno dice è che da quello stesso corridoio d'acqua transita un terzo del commercio mondiale di fertilizzanti via mare: 16 milioni di tonnellate all'anno, secondo i dati UNCTAD. Il 35 per cento delle esportazioni globali di urea. Il 30 per cento delle spedizioni di ammoniaca. Zolfo, fosfati, acido solforico. Tutto fermo. Quelle navi non passano.

La sequenza è semplice e spietata. Il Golfo Persico non è solo un bacino di idrocarburi: è la fabbrica chimica del mondo. Il Qatar brucia gas naturale per produrre ammoniaca, l'ammoniaca viene convertita in urea, l'urea finisce nei suoli agricoli, dai suoli fertilizzati escono grano, mais, riso. Quando il 18 e il 19 marzo un attacco iraniano ha devastato l'impianto di Ras Laffan - il più grande terminale GNL del pianeta - QatarEnergy ha sospeso anche la produzione di urea, ammoniaca e zolfo. Il danno non è solo energetico: è alimentare.

E il problema non si ferma al Golfo. India, Bangladesh e Pakistan importano gas dal Qatar per produrre fertilizzanti azotati in casa propria. Senza quel gas, gli impianti hanno chiuso. L'Egitto, altro grande produttore, ha perso le forniture di gas da Israele e deve approvvigionarsi sul mercato spot a prezzi fuori scala. La crisi non si somma: si moltiplica lungo la filiera.

Ma facciamo un passo indietro e spieghiamo di cosa parliamo. L'urea è un composto chimico (formula: CO(NH₂)₂) che in ambito agricolo è il fertilizzante più usato al mondo. Contiene il 46% di azoto, il che lo rende il concime con la più alta concentrazione in commercio - quindi più efficiente da trasportare e da applicare rispetto ad altri. La catena produttiva è questa: si parte dal gas naturale, da cui si estrae idrogeno; questo viene combinato con l'azoto dell'aria per produrre ammoniaca (processo Haber-Bosch); l'ammoniaca viene poi fatta reagire con anidride carbonica per ottenere urea. Ecco perché la crisi del gas nel Golfo si trasforma automaticamente in crisi dei fertilizzanti: senza gas, non si produce ammoniaca, senza ammoniaca non c'è urea. A cosa serve concretamente: l'azoto è il nutriente primario per la crescita delle piante. Senza apporto di azoto i raccolti crollano - rese dimezzate già al primo ciclo. L'urea viene sparsa direttamente nel terreno o disciolta in acqua e irrorata sulle colture, soprattutto grano, mais e riso. Ecco perché Copagri (Confederazione Produttori Agricoli) dice che può incidere fino al 90% sui costi di produzione: per molte colture intensive, senza urea semplicemente non si produce.

I numeri sono già drammatici. I prezzi dell'urea in Medio Oriente sono saliti di 130 dollari a tonnellata, raggiungendo i 575-650 dollari. All'hub di New Orleans - il porto d'ingresso dei fertilizzanti negli Stati Uniti - l'urea è balzata del 32 per cento in una sola settimana, superando i 680 dollari per tonnellata. Complessivamente, dal 15 dicembre al 9 marzo, il prezzo dell'urea è aumentato del 77 per cento. Quasi un milione di tonnellate di fertilizzanti è fisicamente bloccato nei porti del Golfo. I principali produttori hanno dichiarato la forza maggiore sui contratti.

Ma il dato che fa più paura è un altro: per i fertilizzanti non esistono riserve strategiche. Per il petrolio sì - i Paesi del G7 mantengono scorte di emergenza. Per i fertilizzanti, niente. Come ha scritto il Carnegie Endowment for International Peace (uno dei più antichi e influenti think tank di politica estera al mondo, con sedi a Washington, Pechino, Beirut, Bruxelles, Nuova Delhi, editore della rivista Foreign Policy), l'oleodotto saudita East-West Pipeline, noto come Petroline, costruito per aggirare Hormuz via Mar Rosso è progettato per il petrolio, non per l'ammoniaca. E le poche navi che sfidano i droni nello Stretto preferiscono caricare greggio, che vale di più.

Tutto questo accade nel momento peggiore possibile: le settimane della semina primaverile nell'emisfero nord. I coltivatori ordinano i fertilizzanti a marzo per spargerli ad aprile e maggio. Chi non riesce a comprare adesso, o non può permetterselo, dovrà ridurre le semine o rinunciare a interi raccolti.

L'International Grains Council ha confermato che una crisi prolungata potrebbe influenzare le decisioni di semina in Asia e Africa, con possibili ripercussioni sulle rese e sulla qualità dei raccolti. Il CEO di Yara, il colosso europeo dei fertilizzanti, ha dichiarato che le rese potrebbero diminuire fino al 50 per cento nel primo raccolto se i concimi non tornano disponibili. E secondo l'esperto di sistemi alimentari Raj Patel, le interruzioni nell'approvvigionamento porteranno a un aumento dei prezzi del pane entro sei-dieci settimane, con ripercussioni su uova e carne nei mesi successivi.

I Paesi più a rischio ? L'UNCTAD ha mappato la dipendenza dai fertilizzanti del Golfo: il Sudan importa da quell'area il 54 per cento dei propri concimi - in un Paese dove già 24,6 milioni di persone vivono in insicurezza alimentare. Seguono lo Sri Lanka al 36 per cento, l'Australia - sì, l'Australia - al 32, poi Tanzania, Somalia, Pakistan, Kenya, Mozambico. La carestia non è un'ipotesi: è un calendario.

L'Alto rappresentante UE Kallas lo ha detto con una chiarezza inusuale per Bruxelles: "Se non avremo fertilizzanti quest'anno, avremo una carestia l'anno prossimo."

E l'Italia ? Confagricoltura ha lanciato l'allarme: dall'inizio del conflitto il costo dell'urea è passato da 55 a 75 euro al quintale. Il gasolio agricolo è balzato da 80 centesimi a oltre 1 euro e 20 al litro. Le coltivazioni di mais, soia e sorgo nel Nord Italia rischiano di saltare. La Copagri ricorda che l'urea può incidere fino al 90 per cento sui costi di produzione agricola, e che ci troviamo esattamente nel picco stagionale della domanda.

Ricapitoliamo. Una guerra presentata come operazione chirurgica contro il nucleare iraniano sta producendo una crisi alimentare globale che colpirà per primi i Paesi più poveri del pianeta. E la colpirà non tra anni - tra settimane. Il nesso è diretto: i missili su Ras Laffan diventano urea che non arriva, che diventa grano che non cresce, che diventa pane che non c'è.

Con il conflitto ucraino i prezzi dei fertilizzanti e dei cereali sono esplosi, portando i costi alimentari ai massimi storici nel 2022. Ma allora le rotte marittime erano aperte. Oggi Hormuz è chiuso. L'Agenzia americana per gli aiuti internazionali, l'USAID, che nel 2022 fu la rete di sicurezza per milioni di persone, è stata smantellata dall'amministrazione Trump. Questa volta non c'è paracadute.

Ecco perché il prezzo di questa guerra non si misura solo in dollari al barile. Si misura anche in quintali di grano che non verranno raccolti. In bambini che non verranno sfamati. In un sistema alimentare globale che poggia su 33 chilometri d'acqua - e che oggi è appeso a un filo.

La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. E la fame è il conto che pagheranno gli ultimi.

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