31/03/2026 strategic-culture.su  6min 🇮🇹 #309515

I costi economici dell'aggressione Usa-Israele all'Iran

Stefano Vernole

L'aggressione israelo-statunitense alla Repubblica Islamica dell'Iran sta creando enormi problemi ai diversi attori internazionali, anche se con diverse sfumature.

Naturalmente, tutto dipenderà dalla durata e dagli esiti di un conflitto che vede Teheran rispondere colpo su colpo agli attacchi ricevuti. Se da un punto di vista militare ciò significa una situazione che per ora non vede né vincitori né vinti, dal punto di vista politico segna invece una netta affermazione iraniana per diversi motivi: la mancata caduta della Repubblica Islamica dopo l'uccisione di Khamenei, la chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz sotto il controllo dei Pasdaran, l'incapacità degli USA di difendere i propri alleati regionali con il ritiro della NATO dall'Iraq.

Se tutto ciò si risolverà con una sconfitta strategica dell'imperialismo sion-statunitense in Medio Oriente oppure se Washington e Tel Aviv saranno in grado di ribaltare una situazione che temporaneamente li vede in difficoltà perfino sotto l'aspetto mediatico, solo il tempo potrà dirlo.

Tuttavia, alcune conseguenze economiche del conflitto sono già visibili e hanno superato i confini regionali per diffondersi a livello globale.

Il Medio Oriente è di gran lunga il più importante fornitore di energia al mondo: contiene il 48% delle riserve petrolifere accertate a livello mondiale e ha prodotto il 31% del petrolio mondiale nel 2024. Contiene inoltre il 40% delle riserve globali di gas naturale e ha fornito nel 2024 il 24% di tutte le esportazioni di GNL (gas naturale liquefatto). Un quinto dell'approvvigionamento mondiale di petrolio e di GNL passa attraverso lo Stretto di Hormuz. L'80% del petrolio e del gas che passa attraverso lo Stretto di Hormuz va in Asia. Nel 2025 il 50% delle esportazioni totali di GNL dell'area del Golfo era destinato a 4 Paesi (Cina 20,5%, India 15%, Taiwan 8,1%, Corea del sud 7,1%). Viceversa, l'UE - dove le importazioni di petrolio e gas rappresentano ancora circa il 60% dell'energia primaria disponibile - è assai meno dipendente da petrolio e gas liquido dell'area: importa solo circa il 10% del suo GNL dal Qatar (ma questa percentuale sale a un terzo per l'Italia) e il 58% dagli Stati Uniti.

Gli economisti delineano due possibili traiettorie: la prima, nel caso in cui la guerra si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l'estate, limitando l'impatto su crescita e inflazione; la seconda, più critica, ipotizza invece un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche. In questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale (1% netto però per l'Unione Europea) e l'inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale. Nel frattempo, taluni degli effetti registrati non sono distribuiti in modo uniforme: alcune nazioni subiscono contraccolpi immediati, mentre altre potrebbero beneficiare temporaneamente del rialzo dei prezzi e dello spostamento della domanda.

L'Unione Europea sarà una delle principali vittime. Poiché numerose nazioni dipendono fortemente dal gas per le proprie esigenze energetiche e industriali, e con scorte di riserva molto basse dopo i mesi invernali, il blocco dei 27 risente dell'interruzione delle esportazioni attraverso Hormuz (ad esempio anche per un settore strategico come quello dei fertilizzanti agricoli). Con le rotte dello Stretto sotto pressione, gli acquirenti europei si trovano a competere direttamente con i grandi importatori asiatici per assicurarsi forniture alternative. Il risultato è un rialzo dei prezzi che arriva in un momento di crescita già debole, con scarse possibilità di uscire dalla recessione per il rifiuto di Bruxelles di tornare ad acquistare il gas e il petrolio russi: le riserve di stoccaggio sotterranee della UE sono crollate al di sotto del 30% ma con cadute fino al di sotto del 7% per Paesi consumatori come l'Olanda e il Belgio.

Gli Stati Uniti, pur nascondendo le loro effettive perdite militari e registrando un aumento dei profitti delle proprie compagnie energetiche, stanno però scontando un aumento dei prezzi della benzina che varia tra il 15% e il 25%, circostanza che provoca un forte malumore tra i consumatori e all'interno della base MAGA trumpiana. Se gli USA dovessero ritirarsi come "perdenti", la loro reputazione internazionale ne uscirebbe irrimediabilmente danneggiata; se cercassero di alzare il livello dello scontro, la rappresaglia iraniana sui Paesi del Golfo sarebbe implacabile e Washington ne uscirebbe parecchio danneggiata, mentre l'ipotesi di un intervento militare terrestre - oltrechè rischioso - manca di una forza proxi da dispiegare sul terreno. In ogni caso, l'impantanamento sarebbe inevitabile e qualsiasi prospettiva di realizzazione dell'IMEC piomberebbe nei meandri più nascosti.

La Cina è apparentemente distaccata rispetto a quanto sta avvenendo. Pechino resta il principale importatore mondiale di petrolio, ma negli anni ha costruito una rete di protezione contro gli shock energetici: riserve strategiche ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. I suoi dati strutturali - crescita del PIL e della produzione industriale - rimangono buoni anche nei primi mesi del 2026: l'enorme mercato interno ha un potenziale ancora inespresso, ogni anno il Paese sforna 5 milioni di laureati in materie STEM e può contare su una catena del valore che genera continuamente nuove tecnologie. Questi punti di forza le consentono di assorbire meglio l'impatto economico; mentre sul piano geopolitico, più il conflitto si prolunga, più gli Stati Uniti perdono credibilità, maggiore diviene allora lo spazio di manovra per la Cina, che può presentarsi come una potenza non aggressiva e un partner più affidabile per il Sud globale e perfino per l'Europa. Ciò a patto che la Repubblica Islamica non crolli sotto i colpi dell'aggressione israelo-statunitense, perché in quel caso sarebbe difficile ricostruire l'attuale rapporto privilegiato con un nuovo Governo iraniano sotto il controllo di Washington e Tel Aviv.

Lo stesso può dirsi per la Russia; l'aumento dei prezzi del petrolio origina importanti guadagni per le casse di Mosca, mentre la "distrazione iraniana" apre nuove opportunità di attacchi in Ucraina a patto di risvegliare dall'attuale torpore le èlite del Cremlino. Allo stesso tempo, Teheran non deve crollare, altrimenti il fianco meridionale del Caucaso si troverebbe in balia di gruppi estremisti pericolosi per la sicurezza geopolitica della Federazione Russa, con ricadute fino all'Asia centrale. L'Iran è inoltre un Paese membro dei BRICS e dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shangai: una sua sconfitta definitiva "metterebbe in soffitta" il multipolarismo.

Sebbene i Paesi del Golfo Persico beneficino teoricamente di prezzi del petrolio più elevati, stavolta l'impennata non offre loro alcun vantaggio. La paralisi di Hormuz ha limitato le vendite e imposto tagli alla produzione. Gli attacchi missilistici e con droni iraniani contro le infrastrutture energetiche costringono a ridurre i volumi esportati, erodendo i ricavi. Ma il danno peggiore, in prospettiva, è quello reputazionale: i video della guerra sui cieli di Dubai e Doha hanno rovinato l'immagine, faticosamente costruita, delle capitali del Golfo come 'oasi di sicurezza' in una regione instabile. Ciò minaccia gli ambiziosi piani di riforma economica e trasformazione dell'area, come Vision 2030 dell'erede al trono saudita Mohammed Bin Salman, che si basa sugli investimenti stranieri o le prospettive futuristiche degli Emirati Arabi Uniti. Inoltre, ne risentirà anche il turismo, con un effetto contagio che coinvolge tutta la regione, Egitto e Giordania compresi.

Effetti dirompenti anche sul processo di dedollarizzazione invocato dallo stesso Iran per le proprie esportazioni e il libero transito delle navi attraverso Hormuz, con evidenti vantaggi valutari per l'internazionalizzazione dello Yuan.

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