20/04/2026 strategic-culture.su  8min 🇮🇹 #311640

 Quels sont les enjeux de la « bataille pour la Hongrie » ?

Come nasce il sovranismo moderno: la parabola di Orban ed altri nell'Europa orientale

Daniele Lanza

Si apre la settima con la notizia politica del momento che farà parlare per le settimane a venire: con l'addio ad Orban si chiude una breve era nella politica interna ungherese che, forse, mai più tornerà.

I mezzi di informazione dal canto loro non aiutano, trasformandosi in un ring dove un torrente di analisti e di utenti di ogni orientamento esprimono chi il giubilo o desolazione: in pratica ne emerge una polarizzazione di sentimenti inutile alla vera comprensione delle dinamiche in corso.

La verità è che prima ancora di esternare un giudizio sarebbe necessario capire chi è realmente il personaggio in questione, cosa ha rappresentato Viktor Orban per il proprio paese.

Il tutto inizia molto tempo fa, nelle stesse piazze che stamane esultano per la sua sconfitta, ma che una generazione orsono erano un brusio incessante alle porte del cambiamento. Orban, classe 1963, negli anni 80 è il tipico ventenne di un paese est europeo ai tempi di una cortina di ferro in via di dissolvimento, una generazione suggestionata dal prospero e scintillante emisfero euro-americano. A fine decennio la trasgressione diventa un fiume in piena e le piazze deflagrano, come in tutti i paesi limitrofi: da quel momento in avanti le strade si dividono e l'esistenza di ogni singolo elemento della società prenderà le strade più svariate - ognuno a modo suo - verso il grande orizzonte della libertà.

Il problema si colloca nell'ultimo termine, dal momento che dall'era più remota, filosofi e saggi non sono riusciti a trovare una definizione universale del termine "libertà". Per farla breve, ognuno trovò la propria: chi riuscì ad arricchirsi, chi a tentare di farlo (e perdere ogni cosa), chi a fuggire e ricostruirsi una vita in altri paesi, chi a farsi fagocitare dagli eventi e chi semplicemente a guardare un mondo che cambiava, vedendosi passare di fronte agli occhi quella prosperità che bramava senza alla fine averla mai, sebbene ora paresse vicina, rimanendo a sognarla. Viktor Orban a dire il vero è una spanna più evoluto della media: studente brillante e dinamico ha frequentato la più moderna (e occidentalizzata) università ed è reduce di svariati soggiorni e stage esteri, in parole altre quella minuscola elite giovane e filoliberale che l'occidente cercava di finanziare e formare in tutto l'oltrecortina per farne una futura classe dirigente e alleata.

Al suo rientro in patria - alla vigilia della rivoluzione - prende subito il suo posto, ovvero entra in politica, fondando assieme ad un'altra trentina di studenti il movimento giovanile anticomunista (FIDESZ, finanziato qua e là da Soros) che di lì a poco - all'evvento del pluralismo partitico - diventa il grande partito di centro conservatore che vediamo oggi: nel giro di meno di 2 anni viene eletto in parlamento (1990) in qualità di capogruppo del proprio partito. Nel corso del triennio a seguire diventa il primo leader UNICO del partito - all'età di appena 30 anni - sostituendo il collettivo che fino a quel momento ne era stata la testa. Il Fidesz è inizialmente minuscolo, un partitino liberal-conservatore che a stento raggiunge la soglia di sbarramento elettorale, tuttavia in continuo progresso: promette bene cioè, dal momento che sembra sostenere tutto quello che l'asse euro-atlantico desidera (Orban è il segretario nazionale della New Atlantic Initiative, organizzazione tesa a espandere la "democrazia atlantica"), risultando quindi meritevole di ulteriori sostegni e finanziamenti. Nel giro di un quinquennio da quando Orban è leader di partito, crea una coalizione che vince le elezioni (1998) ritrovandosi così il più giovane primo ministro d'Ungheria a 35 anni. Imposta un regime decisamente liberale per alcuni anni - un primo assaggio - su un paese ancora non del tutto pronto, e contando su una coalizione ancora non solida, cosa che lo porta a perdere le consultazioni successive (2002) il che lo confina al ruolo di grande opposizione per tutto tale decennio.

Nel 2010 tuttavia riprende lo scettro e da quel momento non lo lascia più per i successivi 16 ANNI - attraverso 5 governi - ovvero sino ad oggi (cioè ieri sera precisamente). Questa seconda lunga parentesi - ma in particolare l'ultimo lustro - è chiaramente quella che interessa maggiormente, dato che è quella che ha portato massima parte del pubblico non esperto a familiarizzare col nome "ORBAN" sui quotidiani: orbene alla luce della premessa fatta sin qui, l'interrogativo che emerge concerne ils uo cambio d rotta rispetto a quell'occidente che l'ha formato. Come è successo che un giovane paladino delle libertà occidentali ne divenisse nemico ? Nel giro di una decade Viktor diventa un corsaro, un "outcast" per le elite e l'opinione pubblica euro-atlantica. Un elemento che dopo aver fatto carriera per decadi coi fondi euro-americani, ora all'improvviso virava assai più verso la sensibilità conservatrice di quanto lo standard politico occidentale permettesse. Dunque, occorre dire a questo punto che la parola "standard" (il metro di valutazione di una sensibilità politica) è il termine chiave in questo contesto: un uomo come Viktor Orban probabilmente non ha mai mutato sensibilmente le proprie vedute per tutta la vita, ma piuttosto il mondo stesso è mutato attorno a lui: l'ultimo ¼ di secolo ha oggettivamente visto l'ascesa di un livello di liberalismo, proveniente da oltreoceano, oggettivamente maggiore di quanto il liberalismo conservatore europeo fosse in grado di sopportare. Questa non è soltanto la storia di Orban, si badi, ma di tante analoghe forze politiche liberal-conservatrici per tutta Europa: si è arrivati ad un punto tale che l'anima conservatrice di tali partiti non ha più potuto andare a patti con quella liberale, questo poichè una sensibilità, un elettorato conservatore (per quanto anche liberale) non può oggettivamente andare oltre una certa soglia. Si arriva insomma al punto in cui si abdica al liberalismo - soprattutto uno imposto dall'estero - per privilegiare la conservazione. Un bivio, una scelta dura, morale/esistenziale che ha riguardato tali forze politiche in tanti contesti nazionali differenti, con esiti e dinamiche differenti: in occidente, generalmente, tali partiti optano sempre a comunque per non scontentare lo standard di liberalismo stabilito nei grandi centri di potere (Washington/Bruxelles) e conformarsi, perdendo però una buona quota dell'elettorato tradizionalista (si veda un caso come la FRANCIAi partiti del centro liberal-conservatore sono ridotti ormai ai loro minimi termini a vantaggio del Fronte Nazionale che incassa tutto l'elettorato conservatore del paese profondo), mentre dall'altra parte può invece capitare che il partito medesimo rifiuti di conformarsi, ma in tal caso perde l'appoggio dell'occidente euro-americano.

Ricapitolando: se il liberalismo supera la massima intensità sopportabile dalla mentalità conservatrice, accade allora che i partiti liberal conservatori hanno due scelte davanti a loro, ossia conservare l'indirizzo liberale, ma perdere il proprio elettorato oppure conservare il proprio elettorato rinnegando l'eccesso di liberalità, ma così facendo perdendo il sostegno politico/economico occidentale.

Il l cuore del problema sta in questo: la fascia di paesi post-socialisti dell'Europa orientale è meno prossima, culturalmente, all'occidente atlantico e le sue società sono di norma più vetero-conservatrici rispetto a quelle dell'Europa occidentale, il che significa presto o tardi una collisione di mentalità. Per esporre in termini più chiari il macro-equivoco in corso: le forze liberal-conservatrici dell'est Europa - protagoniste storiche della fine del socialismo - si sono trovate progressivamente in difficoltà, in crescente imbarazzo di fronte al montare delle pressioni - da parte euro-atlantica - finalizzate a imporre politiche e filosofie a loro estranee. I liberalismi nati nei contesti nazionali della cortina di ferro erano concepiti e finalizzati ad abbattere il comunismo e i suoi strascichi a cavallo tra gli anni 80/90, ma non ad accettare dottrine turbocapitaliste o "Cosmopolite/Lgbt" che sono venute alla ribalta nella generazione seguente (2000-2025). Questo è stato un effetto non previsto e non desiderato (nel 1989 non lo si poteva immaginare).

Ecco quindi che si è arrivati a dover fare delle scelte: alcuni hanno detto di no, fuoruscendo così progressivamente dall'alveo della protezione occidentale di cui per molto tempo hanno goduto. Costoro - quei conservatori di ferro un tempo alleati preziosi contro il sovietismo - sono diventati oggi d'intralcio, venendo gradualmente derubricati a "forze sovraniste" non conformi con l'ideologia europea.

Viktor Orban è la figura che incarna in maniera più squillante e vistosa la contraddizione che nasce da quanto spiegato fino a qui. Orban è una metafora: l'incarnazione di una macroscopica contraddizione - un equivoco semantico, che ruota attorno al concetto di libertà - che ha radici antiche, ma che sta emergendo in tutto il suo spessore soltanto adesso (vedi tutte le società est-europee pervase di correnti ultranazionaliste, dai paesi Baltici fino all'Ucraina medesima: il loro desiderio di stare nella comunità europea di Bruxelles non è dovuto a genuino desiderio di conformarsi al tipo di società liberale/tollerante propugnato da von der Leyen e sodalima piuttosto di creare il mistico scudo (e spada !) nazionalista ad est contro il Cremlino che la Nato tanto desidera, al punto di soprassedere ai riflessi nazisti di tali patrioti ed usarli comunque).

In ogni caso c'è da ritenere che per lo spazio della prossima generazione non ci saranno più dubbi in merito alla terra d'Ungheria: con affluenza verso l'80% ed un voto che conquista i 2/3 del parlamento si può dire sconfitta schiacciante per i liberal conservatori orbaniani e sovranisti. Costoro - dopo la parentesi di Orban NON beneficeranno più di alcun supporto finanziario da sponda occidentale, che naturalmente si guarderà bene dal farlo visti gli esiti.

In conculsione, Orban è stato quello che è stato: formato e cresciuto in alveo occidentale sin dagli esordi per affrancarsene ad un certo punto, optando per una scissione che l'ha reso un giocatore indipendente e quindi un elemento ambiguo per l'occidente. Orban non è mai stato contro l'Europa, bensì indipendente rispetto ad essa si badi, il che sta ad indicare che anche solo l'indipendenza non è tollerabile dai poteri più in alto. I leader considerati "sovranisti" non lo sono più di quanto non lo fossero 20/30 anni orsono: semplicemente il mondo è cambiato attorno a loro ed ora il appella in tale modo.

In definitiva occorre riflettere su cosa si intenda per "Europa": perchè se con tale termine si intende l'apparato ideologico della comunità europea odierna, quello che considera l'identità stessa come un ostacolo allora si deve concludere che si tratta dell'ossimoro maggiore mai incontrato vale a dire che la casa europea è, di fatto, la tomba di sè stessa.

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