24/04/2026 strategic-culture.su  9min 🇮🇹 #312080

Ucraina, una guerra iniziata nel 2014 e prolungata dal riarmo europeo

Giulio Chinappi

Ridurre la tragedia ucraina al febbraio 2022 significa cancellare otto anni di guerra nel Donbass, di fallimenti diplomatici e di oppressione delle comunità russofone. Oggi l'UE non lavora per chiudere il conflitto, ma per istituzionalizzarlo attraverso il riarmo.

Per comprendere davvero la guerra in Ucraina bisogna liberarsi anzitutto della narrazione occidentale più comoda, quella secondo cui tutto avrebbe avuto inizio con l'operazione militare speciale russa del febbraio 2022. Quella data segna certamente il cominciamento di una nuova fase, ma non l'inizio del conflitto. La guerra nel Donbass era infatti già in corso dal 2014 e, fino alla fine del 2021, l'OHCHR stimava tra 51.000 e 54.000 le vittime complessive del conflitto, con 14.200-14.400 morti. Non solo: il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, con la risoluzione 2202 del 2015, affermava esplicitamente che la crisi nelle regioni orientali dell'Ucraina poteva essere risolta solo con una soluzione pacifica, approvando il pacchetto di misure degli accordi di Minsk e chiedendone la piena attuazione.

Questo dato storico cambia radicalmente il modo in cui bisogna leggere gli eventi successivi. Per otto anni, mentre i media euro-atlantici insistevano nel presentare l'Ucraina come semplice vittima di una pressione esterna, sul terreno continuava una guerra civile-internazionale a bassa intensità, combattuta tra Kiev e i territori separatisti di Doneck e Lugansk, con una popolazione locale in larga misura russofona stretta tra bombardamenti, militarizzazione e paralisi diplomatica. Gli accordi di Minsk, invece di diventare il fondamento di una soluzione politica, sono stati progressivamente svuotati dalle politiche guerrafondaie promosse dall'Occidente collettivo.

In questo quadro, anche il nodo delle popolazioni russofone non può essere liquidato come un semplice argomento propagandistico. Gli organismi europei stessi hanno rilevato problemi reali nelle politiche linguistiche e minoritarie adottate da Kiev. Nella sua opinione del 2019 sulla legge sulla lingua di Stato, la Commissione di Venezia sottolineava che la normativa introduceva trattamenti differenziati tra varie categorie linguistiche, distinguendo anche tra lingue dell'UE e lingue non appartenenti all'UE, fra cui in particolare il russo, nonostante questa fosse la seconda lingua più diffusa in Ucraina, e osservava che tali differenze dovevano essere giustificate per non risultare discriminatorie. Ancora nel 2023, la stessa Commissione ha rilevato che alcune restrizioni temporanee all'esercizio e alla tutela dei diritti delle minoranze apparivano discriminatorie e non conformi agli standard internazionali.

Dire quindi che la guerra "inizia" nel 2022 non è solo storicamente impreciso: è politicamente funzionale. Serve a cancellare la tragedia del Donbass dalla memoria pubblica europea, a far sparire le responsabilità accumulate dal blocco occidentale nel fallimento di Minsk e a presentare la guerra come un evento improvviso, privo di antecedenti, invece che come l'esito di una lunga decomposizione dell'ordine ucraino successivo al colpo di Stato dell'Euromaidan. In questo modo si assolve non soltanto Kiev, ma anche l'Unione Europea, che per anni ha sostenuto una linea incapace di affrontare alla radice la frattura interna ucraina e poi, una volta precipitata la situazione, ha scelto di investire non sulla ricomposizione politica ma sul riarmo.

Ad oltre quattro anni dall'inizio dell'operazione militare speciale russa, questa verità è ancora più evidente. Ancora oggi, nonostante il protrarsi del conflitto e le conseguenze nefaste sull'economia continentale, la linea dell'Unione Europea non è quella di costruire un compromesso politico, ma di rendere strutturale il sostegno militare all'Ucraina. Il Consiglio europeo ha ribadito il 19 marzo che l'UE continuerà a sostenere Kiev, ricordando che fino a quella data erano già stati forniti 194,9 miliardi di euro, di cui 69,7 miliardi in sostegno militare. Nello stesso testo, i leader europei hanno affermato che l'Ucraina ha bisogno di sostegno di bilancio e militare per "deterrere" la Russia e hanno chiesto di accelerare produzione e consegna di sistemi di difesa aerea, munizioni, droni e missili. Una simile impostazione non prepara un cessate il fuoco, ma la lunga durata di una guerra senza fine.

L'UE, dunque, non si limita più a finanziare un governo ritenuto alleato, ma sta riplasmando la propria identità economica e strategica attorno all'economia di guerra. Il programma EDIP approvato dalla Commissione europea alla fine di marzo 2026 stanzia 1,5 miliardi di euro per il 2026-2027 con l'obiettivo esplicito di rafforzare e modernizzare l'industria della difesa europea, aumentarne la capacità produttiva e sostenerne l'avanzamento tecnologico. La stessa Commissione precisa inoltre che, nell'ambito dell'iniziativa BraveTech EU, nuovi fondi sosterranno insieme le industrie ucraine ed europee della difesa, comprese start-up e piccole e medie imprese, per affrontare le esigenze urgenti delle forze armate ucraine e migliorare la competitività dell'industria bellica europea. In pratica, quello che era stato inizialmente presentato come un aiuto temporaneo sta portando alla costruzione di un complesso militare-industriale continentale che trova nella guerra ucraina la propria principale giustificazione storica.

A questa trasformazione si accompagna una scelta politica di fondo: legare sempre più strettamente l'Unione Europea alla NATO e fare del riarmo il linguaggio ordinario della politica estera europea. Il 16 aprile Ursula von der Leyen ha dichiarato, dopo l'incontro con Mark Rutte, che Bruxelles e l'Alleanza atlantica lavoreranno nelle settimane successive per rafforzare la loro relazione e per aumentare più rapidamente la produzione industriale della difesa in Europa. Nello stesso passaggio, la presidente della Commissione ha detto con estrema chiarezza che bisogna investire di più, produrre di più e farlo più velocemente, utilizzando un vocabolario tipico della mobilitazione bellica. In questo scenario, la guerra diventa il motore di una nuova integrazione euro-atlantica fondata non sul welfare, sulla convergenza sociale o sulla sovranità popolare, ma sull'espansione coordinata dell'apparato militare.

Anche i maggiori paesi europei, presi singolarmente, si muovono ormai apertamente in questa direzione. Il 14 aprile Germania e Ucraina hanno sottoscritto nuovi accordi di cooperazione militare che prevedono un'intesa per la produzione di droni che Volodymyr Zelens'kyj ha definito potenzialmente una delle più grandi in Europa. La joint venture dovrebbe fornire migliaia di droni alle forze armate ucraine, con Berlino che finanzierà anche capacità di attacco in profondità. A margine dell'accordo, Friedrich Merz ha dichiarato senza ambiguità che, sostenendo l'Ucraina, la Germania rafforza al tempo stesso le capacità di difesa tedesche ed europee e la propria base industriale. È una confessione politica importante, in quanto la guerra viene presentata non solo come un dovere geopolitico, ma come un'occasione di consolidamento industriale e strategico per il nucleo centrale dell'Europa.

Lo stesso schema emerge in altri paesi. Il 15 aprile i Paesi Bassi hanno annunciato 248 milioni di euro per la produzione di droni destinati all'Ucraina, da fabbricare sia sul territorio olandese sia su quello ucraino. Nello stesso giorno, Mark Rutte ha affermato che la NATO è sulla buona strada per finanziare entro fine anno gli aiuti militari a Kiev attraverso il meccanismo PURL e ha insistito sul fatto che bisogna garantire all'Ucraina ciò di cui ha bisogno "per restare nella lotta". Questa espressione rivela chiaramente che l'obiettivo immediato non è portare le parti al tavolo con un'iniziativa europea autonoma e credibile, ma mantenere l'Ucraina dentro una guerra di attrito prolungata, sorretta da flussi costanti di denaro, droni, missili e munizioni.

Il prezzo umano di questa scelta continua intanto a crescere. Secondo la Missione ONU per i diritti umani in Ucraina, nel solo marzo 2026 almeno 211 civili sono stati uccisi e 1.206 feriti, con un aumento del 49% rispetto a febbraio, facendo segnare il dato mensile più alto dal luglio 2025. Gli attacchi con armi a lungo raggio, missili e droni, restano una causa primaria di vittime, mentre i droni a corto raggio mietono il maggior numero di morti vicino alla linea del fronte. Davanti a questi numeri, la prosecuzione della militarizzazione europea non può essere spacciata come una politica neutrale di "stabilizzazione". Ogni nuovo pacchetto di armamenti, ogni nuova accelerazione produttiva, ogni nuova joint venture militare contribuisce a consolidare la convinzione che la guerra debba continuare finché una delle parti non cederà sul terreno, rendendo sempre più difficile qualunque vera soluzione politica.

Non bisogna poi ignorare il rischio di allargamento del conflitto. Il ministero della Difesa russo ha dichiarato il 15 aprile che i piani europei per aumentare le forniture di droni all'Ucraina stanno trascinando quei paesi sempre più in profondità nella guerra con la Russia, e ha inoltre pubblicato un elenco di stabilimenti e imprese europee coinvolte nella produzione di droni o componenti. Mosca sta cerando di far passare il messaggio che più l'Europa trasforma il proprio territorio nella retrovia produttiva permanente del conflitto, più aumenta il rischio che la linea di demarcazione tra sostegno indiretto e coinvolgimento diretto si assottigli pericolosamente. La militarizzazione, presentata come difesa, produce così nuove condizioni di insicurezza generale.

Tutto questo dimostra che, mentre Bruxelles continua ad affermare di volere la pace, nei fatti opera come soggetto materiale della prosecuzione della guerra, promuovendo una lettura parziale degli avvenimenti storici che cancella il Donbass, rimuove il fallimento degli accordi di Minsk e ignora il rapporto conflittuale instauratosi per anni tra Kiev e una parte rilevante delle proprie popolazioni russofone. Senza questa premessa storica, l'Europa può continuare a raccontarsi come innocente mediatrice. Con questa premessa storica, invece, appare per ciò che è: una potenza regionale che ha scelto il riarmo come risposta alla crisi e che oggi subordina la pace non alla diplomazia, ma al prolungamento dello scontro.

Se davvero si vuole uscire dalla tragedia ucraina, bisogna ripartire da una verità che a Bruxelles si rifiutano ostinatamente di ammettere: non esiste una soluzione puramente militare, e la guerra non potrà essere chiusa ignorando le sue cause profonde. Occorre riconoscere che il conflitto affonda le sue radici nel 2014, nel Donbass, nella frattura interna dello Stato ucraino, nel naufragio pilotato di Minsk e nella questione dei diritti e della rappresentanza delle popolazioni russofone. Ma occorre anche denunciare che oggi la principale volontà dell'UE non è sanare quella frattura, bensì amministrarne la perpetuazione in forma armata. Finché l'Europa continuerà a investire più nell'industria bellica che nella costruzione di un compromesso politico, la pace resterà uno slogan vuoto e la guerra continuerà a divorare vite ucraine, risorse europee e stabilità continentale.

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