29/04/2026 strategic-culture.su  18min 🇮🇹 #312341

L'ultima trincea del disarmo

Margherita Furlan

A New York apre la Conferenza di Revisione del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare nel momento più drammatico dal 1986. Iran sull'orlo del ritiro, Israele fuori, New START scaduto, tutti gli arsenali in espansione. Cronaca di un'architettura che si sgretola.

C'è una geografia del rischio che torna a coincidere con quella del Novecento. Il Palazzo di Vetro, sulla First Avenue di Manhattan, ospita da oggi 27 aprile, e fino al 22 maggio, l'undicesima Conferenza di Revisione del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare. Centonovantuno Stati firmatari, quattro settimane di lavori, centinaia di delegati, decine di ONG accreditate. Una macchina diplomatica che non vedeva tanta attenzione mediatica dai tempi di Reykjavík.

La cornice è la peggiore dal 1986. Negli ultimi dodici mesi sono accadute, in successione, cose che fino a poco tempo fa sarebbero state considerate impensabili in sequenza. Stati Uniti e Israele hanno bombardato impianti nucleari iraniani. Il parlamento iraniano sta valutando il ritiro dal Trattato. Il New START, ultimo accordo bilaterale Stati Uniti-Russia sulla riduzione degli arsenali strategici, è scaduto a febbraio senza essere rinnovato. La Francia di Macron ha annunciato che non comunicherà più al pubblico la consistenza del proprio arsenale. La Russia ha riformato la propria dottrina nucleare allargando le condizioni d'uso. La Cina cresce di cento testate l'anno. E Palantir, ad alzarsi del sipario, ha pubblicato il suo manifesto in ventidue punti dichiarando che la nuova deterrenza non sarà più nucleare ma algoritmica.

Mai come in questo momento, l'architettura del Novecento mostra la corda. Mai come in questo momento, le élite politiche e mediatiche occidentali fingono che non stia succedendo nulla.

Cos'è il TNP, e perché esiste

Per capire cosa accade oggi a New York, occorre tornare al 1968. Il Trattato di Non-Proliferazione Nucleare nasce in piena Guerra Fredda, quando il mondo ha già vissuto Hiroshima, Nagasaki, la crisi di Cuba e il timore concreto di una proliferazione fuori controllo. Il problema, fra gli anni Cinquanta e Sessanta, non era teorico: paesi come Svezia, Svizzera, Australia, Brasile, Egitto, Romania, accarezzavano l'idea di dotarsi di armi atomiche proprie. Il rischio era una "anarchia nucleare" con decine di Stati nucleari nel giro di una generazione.

Il trattato, firmato il primo luglio 1968 ed entrato in vigore il quinto marzo 1970, propose un patto fondamentale: gli Stati che a quella data non possedevano armi nucleari (la stragrande maggioranza) si sarebbero impegnati a non acquisirle, in cambio di due cose. Primo, l'accesso garantito al nucleare civile sotto controllo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica. Secondo, l'impegno vincolante delle cinque potenze nucleari riconosciute (Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia: i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza ONU) a procedere "in buona fede" verso il disarmo nucleare totale. È l'articolo sei del trattato, l'unico obbligo giuridicamente vincolante di disarmo nucleare esistente al mondo.

Il TNP è stato esteso a tempo indeterminato nel 1995. Conta oggi 191 Stati aderenti, il regime multilaterale più universale dopo la Carta delle Nazioni Unite. Ne restano fuori quattro paesi: India, Pakistan, Israele, Corea del Nord. La Corea del Nord vi aderì nel 1985 e ne uscì nel 2003, primo e finora unico Stato a esercitare la clausola di ritiro.

Ogni cinque anni gli Stati membri si riuniscono per fare il punto e cercare di adottare un documento finale per consenso. Le ultime sei conferenze, dal 2005, si sono concluse senza accordo. Un settimo fallimento consecutivo, secondo l'avvertimento solenne dell'attuale sottosegretaria generale dell'ONU per il disarmo Izumi Nakamitsu, rischia di rendere il trattato "una scatola vuota"¹.

I numeri che il pubblico non vede

Per capire la portata della crisi, partiamo dai numeri. Secondo la Federation of American Scientists, organismo americano che dal 1946 monitora gli arsenali atomici mondiali sulla base di fonti aperte, all'inizio del 2026 nel mondo esistono 12.187 testate nucleari². Di queste, 9.745 sono in arsenali militari pronte all'uso. Di queste ancora, circa 3.912 sono dispiegate operativamente su missili, basi aeree o sottomarini. E di queste, 2.100 sono in stato di massima allerta, pronte al lancio in pochi minuti.

Stati Uniti e Russia, da soli, possiedono l'86% dell'arsenale mondiale. Sono inoltre i due paesi al mondo con l'unica triade nucleare completa (terra, mare, aria) tecnologicamente matura. Le altre cifre, in ordine di consistenza: Cina oltre 600 testate (era 410 nel 2023, cresce a un ritmo di circa 100 testate all'anno); Francia 290; Regno Unito 225; India 172; Pakistan 170; Israele 90 (stima, mai dichiarate); Corea del Nord 50³.

Tutti questi dati provengono da analisi su fonti aperte. La trasparenza dichiarata, condizione fondante del trattato, è in arretramento generalizzato. Nel 2021 il Regno Unito ha smesso di pubblicare i dati sul proprio arsenale operativo. Nel 2023 Stati Uniti e Russia hanno cessato lo scambio di dati pubblici sulle testate dispiegate previsto dal New START. All'inizio del 2026 la Francia di Macron ha annunciato che farà altrettanto, motivando la decisione, paradossalmente, con l'esigenza "di non alimentare speculazioni"⁴. Nello stesso anno, gli Stati Uniti hanno scelto di non rinominare prontamente un Sottosegretario di Stato per il Controllo degli Armamenti, lasciando vacante per dieci mesi una poltrona considerata strategica per la diplomazia atomica.

Ma il dato più allarmante non è il numero attuale, è la traiettoria. Per trent'anni, dal crollo dell'Unione Sovietica, il numero totale di testate nel mondo è diminuito, perché Stati Uniti e Russia smantellavano arsenali ereditati dalla Guerra Fredda più rapidamente di quanto ne producessero di nuovi. Quel processo si è invertito. Tutti e nove gli Stati nucleari hanno in corso programmi pluridecennali di modernizzazione. Hans Kristensen, direttore del Nuclear Information Project alla FAS, ha sintetizzato così la fase: "L'era delle riduzioni è finita. Vediamo una chiara tendenza all'espansione degli arsenali, all'inasprimento della retorica nucleare, all'abbandono degli accordi di controllo"⁵.

I quattro dossier esplosivi

A New York, dietro la solennità della cerimonia di apertura presieduta dall'ambasciatore vietnamita Do Hung Viet, presidente designato della conferenza, si nascondono quattro dossier che rendono questo appuntamento decisivo.

Primo dossier: l'Iran. È il punto più caldo. Dopo i bombardamenti americani e israeliani contro le centrali di Natanz e Fordow, il parlamento iraniano sta discutendo formalmente il ritiro dal trattato⁶. Sarebbe la seconda uscita della storia, dopo quella nordcoreana del 2003, e cambierebbe radicalmente l'equilibrio mediorientale. Nakamitsu, in conferenza stampa il 24 aprile, ha dichiarato di non avere ancora certezza che la delegazione iraniana siederà ai tavoli di lavoro: "Non abbiamo ricevuto comunicazioni in senso contrario dal governo di Teheran. Il fine settimana ci dirà chi rappresenterà l'Iran a New York"⁷. È, in linguaggio diplomatico, l'ammissione di una crisi senza precedenti.

Secondo dossier: Israele. Tel Aviv, unico paese del Medio Oriente non firmatario del trattato, ha sviluppato il proprio arsenale nucleare nel sito di Dimona, nel Negev, a partire dal 1958. Le stime degli analisti parlano di novanta testate operative, basate su plutonio riprocessato. La dottrina ufficiale è quella della "ambiguità deliberata": Israele non conferma né smentisce. La questione di una "Zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente", aperta formalmente dalla Conferenza di Revisione del 1995 sotto pressione araba ed egiziana, è stata sistematicamente sabotata dal veto americano e dalla non partecipazione israeliana ai negoziati. Trent'anni di stallo. Trent'anni di doppio standard certificato.

Terzo dossier: la fine del New START. Il trattato bilaterale Stati Uniti-Russia sulla riduzione degli armamenti strategici, firmato a Praga nel 2010 da Obama e Medvedev, prorogato nel 2021 per altri cinque anni, è scaduto il 5 febbraio 2026 senza alcun accordo di rinnovo. Per la prima volta dal 1972, anno della firma del primo trattato SALT, le due maggiori potenze nucleari del pianeta non hanno più alcun limite vincolante sui propri arsenali strategici. Mosca ha proposto un'estensione di un anno per riaprire i negoziati. Washington, alle prese con l'amministrazione Trump impegnata su altri fronti, non ha risposto. Il viceministro degli Esteri russo Sergej Rjabkov, in una dichiarazione del 17 aprile, ha avvertito che "la combinazione dell'espirazione del New START e delle politiche aggressive occidentali sta creando una realtà in cui qualsiasi limitazione agli armamenti strategici potrebbe scomparire"⁸.

Quarto dossier: la modernizzazione di tutti gli arsenali. Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia: tutte e cinque le potenze nucleari riconosciute hanno in corso piani pluridecennali di rinnovamento dei propri sistemi. Il Pentagono ha autorizzato lo sviluppo della nuova bomba B61-13, della testata W80-4, del bombardiere strategico B-21 Raider, dei nuovi sottomarini classe Columbia. La Russia ha schierato il missile Avangard, l'ipersonico Kinzhal, il Burevestnik a propulsione nucleare. La Cina costruisce silos missilistici nelle proprie regioni desertiche del Gansu, Xinjiang e Mongolia Interna a un ritmo che ha sorpreso gli analisti occidentali. Tutto questo viola, formalmente e sostanzialmente, l'articolo sei del trattato. È il tradimento conclamato della promessa originaria: il disarmo "in buona fede" si è trasformato nell'esatto contrario.

La posizione russa: dal banco degli imputati al ruolo di pubblico ministero

Nella conferenza che si apre oggi accade una cosa che gli analisti atlantisti non si aspettavano: la Russia arriva al tavolo in posizione più forte rispetto a un anno fa. Lo certifica una relazione del think-tank European Leadership Network firmata dall'ex funzionario sovietico-russo del ministero degli Esteri Nikolai Sokov⁹. La ragione è semplice: gli attacchi americani e israeliani all'Iran hanno spostato sul fronte angloamericano l'accusa di violazione del diritto internazionale, e Mosca ha saputo capitalizzare.

Alla sessione della Commissione ONU sul Disarmo dell'aprile 2026, il rappresentante russo ha definito gli attacchi americani e israeliani all'Iran "un attacco diretto al TNP", paragonandoli all'invasione angloamericana dell'Iraq del 2003. Il rapporto nazionale russo sull'attuazione del trattato, pubblicato il 2 marzo 2026, denuncia il fatto che la "retorica della non-proliferazione" sia stata usata "come pretesto per l'aggressione". Una posizione che converge con quella cinese, e che incontra crescente consenso nei paesi del Sud globale: il movimento dei non-allineati, l'Unione Africana, l'ASEAN.

Il principio rivendicato da Mosca è chiaro: il diritto di un paese all'energia nucleare civile, sancito dall'articolo quattro del trattato, non può essere condizionato al regime politico di quel paese. È, in fondo, il principio della sovranità eguale degli Stati, formalizzato nei Trattati di Vestfalia del 1648, riaffermato nella Carta delle Nazioni Unite del 1945, e progressivamente svuotato dall'unipolarismo americano dagli anni Novanta in poi. Ironia della storia: oggi è la Russia, denunciata come revisionista per la guerra in Ucraina, a porsi come custode del principio costituzionale dell'ordine multilaterale.

L'Europa al tavolo: il vuoto di credibilità

L'Unione Europea arriva alla conferenza in condizioni di credibilità tecnicamente nulle. Il rapporto dell'European Leadership Network, organizzazione paneuropea che raggruppa ex ministri ed ex generali dei paesi NATO, lo dice senza giri di parole: "La credibilità europea sul disarmo è limitata dall'aumento della cooperazione fra alcuni Stati sulla deterrenza nucleare e dall'espansione pianificata degli arsenali"¹⁰.

Il caso francese è esemplare. Il presidente Emmanuel Macron, parlando dalla base sottomarina nucleare dell'Île Longue in Bretagna, ha proposto in marzo di estendere "l'ombrello della deterrenza francese" agli alleati europei, in particolare alla Germania post-Merz. Pochi mesi dopo, ha annunciato che la Francia non avrebbe più reso pubblici i propri dati sull'arsenale. Una contraddizione vivente: la Francia chiede alla Cina maggiore trasparenza sui propri programmi nucleari, mentre nello stesso istante la riduce sui propri.

La risposta europea agli attacchi americani e israeliani all'Iran è stata definita "incoerente" persino dagli stessi analisti dell'European Leadership Network: la maggior parte degli Stati membri si è limitata a "espressioni di rammarico", senza un giudizio politico chiaro sulla legalità internazionale degli atti compiuti. Bruxelles è diventata, sul dossier nucleare come su molti altri, un coro stonato dietro Washington. Il ricordo amaro è che fino al 2003, di fronte alla guerra in Iraq, almeno Francia e Germania ebbero il coraggio di dissentire pubblicamente. Quel coraggio non c'è più. La servitù è progredita.

Gli azionisti dell'Apocalisse e la deterrenza algoritmica

Mentre i diplomatici si preparano a parlarsi a New York per quattro settimane, a Denver, in Colorado, Palantir Technologies vende il proprio software al Pentagono come strumento di "guerra algoritmica". Il manifesto in ventidue punti pubblicato il 18 aprile dall'amministratore delegato Alexander Karp ha sancito un passaggio storico di cui si è discusso poco e male nei media occidentali: la deterrenza nucleare novecentesca, scrive Karp, è superata. La nuova deterrenza sarà costruita sul software. L'hard power del XXI secolo è codice.

È una posizione coerente con gli interessi di Palantir, ovviamente. Ma è anche, e soprattutto, una sfida diretta al regime del TNP. Se il quadro di riferimento per la sicurezza globale non è più la rinuncia reciproca a strumenti capaci di distruggere il pianeta, ma la corsa alla supremazia algoritmica, allora il trattato perde il proprio significato fondante. Diventa una reliquia di un'epoca in cui si pensava che la pace mondiale avesse bisogno di limiti condivisi. Dentro la "Repubblica tecnologica" di Karp, nessun limite è ammesso: la legittimità deriva dalla capacità tecnica di prevalere.

Questo è il cortocircuito che la stampa italiana e maggior parte di quella europea ha scelto di ignorare: nello stesso giorno in cui la diplomazia ONU si riunisce a New York per cercare di salvare l'ultima architettura del disarmo nucleare, le aziende che vendono software militare al Pentagono teorizzano apertamente il superamento di quell'architettura. Da una parte i diplomatici cercano di ridurre il rischio nucleare; dall'altra gli azionisti dell'Apocalisse, BlackRock alla finanza della guerra, SpaceX alle comunicazioni militari, Palantir all'elaborazione del dato bellico, Anduril ai sistemi d'arma autonomi, costruiscono la cornice ideologica che rende quel rischio strutturalmente irrisolvibile.

Non è coincidenza. È sincronia.

Il rischio italiano

L'Italia è dentro questo quadro in una posizione che dovrebbe occupare le prime pagine dei nostri giornali. Sul nostro territorio, secondo dati FAS confermati e mai smentiti dalla Difesa italiana, sono stipate circa quaranta bombe nucleari tattiche statunitensi B61-12, distribuite fra le basi di Aviano, in Friuli, e Ghedi-Torre, in provincia di Brescia. Sono armi di proprietà americana, sotto custodia americana, ma destinate, secondo gli accordi di "nuclear sharing" della NATO, a essere caricate in caso di crisi su velivoli italiani Tornado e, dal 2026, sui nuovi F-35A italiani certificati per il trasporto di ordigni atomici¹¹.

L'Italia, paese costituzionalmente disarmato in materia nucleare e firmatario del TNP come Stato non nucleare, mantiene quindi sul proprio suolo armi atomiche straniere e si è dotata di vettori certificati per il loro impiego. È una violazione, secondo molti giuristi internazionali, dello spirito (se non della lettera) dell'articolo due del trattato, che vieta agli Stati non nucleari di "ricevere il trasferimento o il controllo" di armi atomiche. La formula della "doppia chiave" americana è il cavillo che permette a Washington di sostenere la legalità formale dell'arrangiamento. Il fatto è che in caso di guerra, su quei velivoli si troverebbero piloti italiani, in uniforme italiana, con armi nucleari americane sganciabili su obiettivi decisi a Washington.

Questo è il quadro che il Parlamento italiano non ha mai discusso sostanzialmente. Mai un voto sul "nuclear sharing". Mai un'audizione pubblica del Copasir. Mai una richiesta di revisione degli accordi alla luce dell'evoluzione della dottrina americana. Il manifesto di Palantir e l'apertura della Conferenza di Revisione cadono dentro un silenzio italiano assordante.

Cosa potrebbe accadere a New York

Le previsioni degli analisti convergono su un'ipotesi di "fallimento gestito". Quattro settimane di lavori produrranno, con ogni probabilità, un documento finale o nessun documento finale. Nel primo caso, il testo sarà a maglie larghissime, capace di tenere insieme posizioni inconciliabili a costo di non dire nulla di vincolante. Nel secondo caso, gli Stati nucleari pubblicheranno dichiarazioni separate, la presidenza vietnamita diramerà un comunicato di chiusura, e ogni delegazione tornerà a casa con la propria narrazione di vittoria o di vittimismo. Sarà il settimo fallimento consecutivo dal 2005. E il trattato, secondo l'espressione di Nakamitsu, sarà "ulteriormente svuotato".

L'ipotesi peggiore, ma non più esclusa da nessun analista serio, è il ritiro iraniano formale durante la conferenza, con conseguente catena di eventi imprevedibili: pressioni saudite per il proprio armamento, reazione israeliana, possibile escalation in Asia orientale dove la Corea del Sud e il Giappone discutono apertamente da due anni dell'opzione nucleare propria. La proliferazione "a cascata" temuta negli anni Sessanta, contro cui il TNP era nato, tornerebbe in scena dopo cinquant'anni.

L'ipotesi migliore non è un'ipotesi, è una funzione: che la conferenza tenga aperto il dialogo, che permetta al regime di sopravvivere fino al prossimo appuntamento del 2031, che ritardi lo sgretolamento. Una vittoria di pura dilazione. Niente di più.

Una geometria variabile per l'Italia

In tutto questo, qual è lo spazio dell'Italia ? Non quello che le viene assegnato dall'allineamento atlantico automatico, ovviamente: quello sarebbe il continuativo del declino. Ma uno spazio reale esisterebbe, se solo lo cercassimo.

L'Italia è uno dei pochi paesi europei che ha conservato, fino agli anni Ottanta, una tradizione di politica estera autonoma sui temi del disarmo. Aldo Moro, Giulio Andreotti, Enrico Berlinguer, ciascuno dalla propria sponda, condividevano l'idea che un paese di frontiera fra Mediterraneo e Atlantico avesse un interesse oggettivo a sostenere ogni architettura che riducesse il rischio bellico. Quella tradizione è stata sepolta a partire dagli anni Novanta, quando l'Italia ha scelto la subordinazione integrale come dottrina di politica estera.

Riprenderla oggi, in chiave aggiornata, significa una cosa precisa: dialogare a geometria variabile con i paesi che, sul dossier specifico del disarmo nucleare, fanno anche i nostri interessi. Mosca, certo, sui dossier strategici dell'architettura post-New START. Pechino, sulla limitazione delle armi nello spazio. Pretoria e Brasilia, sul Trattato di Pelindaba e l'agenda dei BRICS in materia di disarmo. Astana, custode dell'eredità delle vittime dei test nucleari sovietici di Semipalatinsk e oggi sede dei colloqui multilaterali sul nucleare iraniano. Riad, paradossalmente, perché un'Arabia Saudita preoccupata della propria sicurezza è un'Arabia Saudita più aperta a negoziare un Medio Oriente denuclearizzato.

Una nuova élite culturale italiana, intellettuali, ricercatori, diplomatici di formazione antica, giornalisti indipendenti, dovrebbe assumersi il compito di costruire questi ponti, là dove l'apparato istituzionale ufficiale non è più in grado né interessato a costruirli. Perché la verità che oggi pochi vogliono nominare è semplice: in materia di disarmo nucleare, dentro l'attuale cornice atlantica, l'Italia è strutturalmente parte del problema. Per essere parte della soluzione, deve poter pensare e agire al di fuori di quella cornice.

Conclusione: la trincea e l'ulivo

Il TNP è oggi una trincea. Non un'autostrada verso il disarmo, non una piattaforma di cooperazione virtuosa: una trincea. È l'ultima posizione difensiva da cui rallentare l'avanzata della normalizzazione nucleare. Difenderla, in questo momento, non significa illudersi che produrrà miracoli. Significa impedire che, perdendola, si apra il vuoto.

L'alternativa al TNP non è un trattato migliore, in arrivo. L'alternativa è il caos. È un mondo in cui Iran, Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Corea del Sud, Giappone, Brasile, possono scegliere di acquisire la propria atomica, perché nessuna norma internazionale glielo vieta più in modo credibile. È un mondo in cui le potenze tecnologiche private, gli azionisti dell'Apocalisse, riescono a imporre la deterrenza algoritmica come paradigma sostitutivo, riducendo lo Stato-nazione sovrano a un cliente fra altri.

A New York, fra oggi e il 22 maggio, i diplomatici di centonovantuno paesi cercheranno di evitarlo. Il loro lavoro sarà oscuro, lento, frustrante, in larga parte invisibile alla stampa generalista. Sarà però uno dei lavori più importanti che si svolgeranno nel mondo in queste quattro settimane.

Perché in fondo, e questa è la lezione che il Novecento ci ha lasciato e che il Ventunesimo secolo sta perdendo, non c'è progresso tecnologico, non c'è capitalismo sovrano, non c'è geopolitica del dato che possa sostituire il principio politico fondamentale: nessuno ha il diritto di poter cancellare il pianeta. Quel principio, scolpito nel TNP del 1968, è patrimonio comune dell'umanità. Difenderlo, oggi, non è ingenuo. È rivoluzionario.

La guerra è il prodotto. Il caos è la materia prima. L'ulivo, dietro la trincea, è ancora possibile.

Note

¹ NPT Credibility on the Line as Nakamitsu Warns Nuclear Treaty Faces Critical Test, AmeriNews, 25 aprile 2026. Cfr. anche briefing stampa UNODA del 24 aprile 2026, disponibile sul sito dell'Ufficio ONU per gli Affari del Disarmo.

² H. M. Kristensen, M. Korda, R. S. Norris, E. Johns, M. Knight-Boyle, Status of World Nuclear Forces 2026, Federation of American Scientists, gennaio 2026.

³ Dati elaborati a partire da SIPRI Yearbook 2025 e dal Nuclear Notebook del Bulletin of the Atomic Scientists. La stima cinese delle 600+ testate è confermata dal Dipartimento della Difesa americano nel rapporto China Military Power del dicembre 2024.

FAS, Status of World Nuclear Forces, cit. La decisione francese è stata annunciata in un'intervista del Capo di Stato Maggiore Generale della Difesa francese al Figaro, gennaio 2026.

H. M. Kristensen, dichiarazione rilasciata in occasione della pubblicazione del SIPRI Yearbook 2025, 16 giugno 2025.

Sui passaggi parlamentari iraniani relativi alla discussione del ritiro: agenzia Tasnim, dichiarazioni di marzo 2026; voto preliminare del 30 marzo 2026 riportato da fonti AFP e Reuters.

I. Nakamitsu, dichiarazione del 24 aprile 2026, Sede ONU, New York.

N. Sokov, P5 perspectives on the 2026 NPT Review Conference: Russia, European Leadership Network, aprile 2026.

Ibid.

¹⁰ Network reflections: 2026 NPT Review Conference, European Leadership Network, aprile 2026.

¹¹ H. M. Kristensen, Status of World Nuclear Forces 2026, cit.; F-35A officially certified to carry nuclear bomb, Breaking Defense, 8 marzo 2024. Sui dispiegamenti italiani cfr. anche le rilevazioni della Federazione Italiana per il Disarmo Nucleare e i rapporti annuali dell'Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo.

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