
Margherita Furlan
Parigi firma accordi di cooperazione geologica, Washington piazza una SPAC australiana sul giacimento più grande dell'Artico. Due strategie per la stessa isola: la scienza contro il Nasdaq, le lettere d'intenti contro le azioni.
La Groenlandia si trova al centro di una partita che non riguarda la sovranità territoriale, come il clamore sull'annessione trumpiana lascerebbe credere, ma il controllo delle risorse minerarie che definiranno l'equilibrio tecnologico e militare del prossimo mezzo secolo. Due movimenti simultanei, avvenuti nelle stesse settimane di maggio 2026, rendono il quadro leggibile: da un lato Parigi che sigla intese di cooperazione scientifica, dall'altro una società newyorkese di origine australiana che chiude l'acquisizione del più grande giacimento di terre rare pesanti al di fuori della Cina, collegandolo a un impianto del Pentagono in Louisiana. La domanda non è se la Groenlandia rimarrà danese: è se, restando formalmente autonoma, non sia già stata divisa tra chi la studia e chi la compra.
L'intesa di Nuuk: Parigi gioca la carta della geologia
Lunedì 18 maggio 2026, a Nuuk, il ministro francese delegato al Commercio estero, Nicolas Forissier, e il ministro groenlandese per gli Affari esteri, il Commercio e le Risorse minerarie, Múte B. Egede, hanno firmato un memorandum d'intesa sulla cooperazione nel campo dei minerali critici. L'accordo prevede la condivisione di conoscenze geologiche, la mappatura satellitare dei territori liberi dai ghiacci e lo sviluppo responsabile delle risorse minerarie. Non è un contratto di fornitura, non contiene impegni di acquisto, non trasferisce diritti di sfruttamento. È, nelle parole di Forissier, "un partenariato strategico per il futuro dell'industria e dell'energia europee".
Il memorandum si appoggia su un'architettura tecnica già predisposta. Il 3 marzo, durante la conferenza PDAC di Toronto, il servizio geologico francese BRGM e il dicastero minerario groenlandese avevano firmato un accordo di cooperazione triennale, il primo progetto congiunto di cui consiste nella rilevazione geologica satellitare delle aree scoperte dell'isola, condotta in collaborazione con la società francese Viridien. L'ambizione dichiarata è fornire a Nuuk dati più dettagliati sul proprio sottosuolo, un patrimonio conoscitivo che la Groenlandia non possiede ancora in modo sistematico e che, in un mercato minerario segnato dalla competizione tra grandi potenze, rappresenta una leva negoziale non trascurabile.
Il contesto politico dell'intesa ne illumina la portata. La Francia ha aperto un consolato generale a Nuuk il 6 febbraio 2026, primo Paese dell'Unione europea a stabilire una presenza consolare nella capitale groenlandese. La decisione era stata anticipata dal ministro degli Esteri, Jean-Noël Barrot, il 14 gennaio, all'indomani delle dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia, e confermata da Macron il giorno successivo con l'annuncio di un rafforzamento dei mezzi militari francesi nell'area. L'apertura di un consolato in un territorio che conta 57mila abitanti non risponde a un'esigenza diplomatica ma a un calcolo geopolitico. Parigi punta a presentarsi come il garante europeo dell'autonomia groenlandese, offrendo competenze scientifiche anziché capitali e bilateralismo istituzionale anziché acquisizioni societarie.
Tanbreez: come una SPAC australiana si è presa l'Artico
Sul versante opposto, il percorso è stato più rapido e assai meno cerimoniale. Ad aprile 2026, il governo groenlandese ha approvato il trasferimento indiretto della licenza di sfruttamento del progetto Tanbreez, nel sud dell'isola, consentendo alla società Critical Metals Corp, quotata al Nasdaq, di salire al 92,5 per cento della proprietà del giacimento. Il restante 7,5 per cento appartiene a European Lithium, la casa madre australiana da cui Critical Metals è nata come scorporo nel 2022, attraverso una fusione con la SPAC Sizzle Acquisition Corp.
Il profilo di Tony Sage, presidente esecutivo e amministratore delegato della società, racconta una storia che ha poco a che vedere con la geopolitica artica e molto con la finanza mineraria del Western Australia. Sage, nato a Gloucester e trasferitosi in Australia da bambino, si è formato come commercialista a Perth e ha costruito la sua carriera sulla compravendita di progetti minerari in quattro continenti: nel 2008 rivelò un progetto di magnetite acquistato a 20 milioni di dollari alla Metallurgical Corporation of China per 400 milioni, un'operazione che gli valse la reputazione di intermediario spregiudicato nel settore delle materie prime. La transizione al Nasdaq, avvenuta nel febbraio 2024 attraverso il veicolo SPAC, ha permesso alla società di accedere ai mercati di capitali americani con una capitalizzazione che, nel giro di due anni, è salita fino a circa 1,4 miliardi di dollari.
Il giacimento Tanbreez si trova a Killavaat Alannguat, nel sud della Groenlandia. La valutazione economica preliminare, pubblicata nel marzo 2025, stima una risorsa di 4,7 miliardi di tonnellate di materiale mineralizzato e un valore netto attualizzato di circa 3 miliardi di dollari, con un tasso di rendimento interno del 180 per cento. Il dato più rilevante, però, non è la quantità: è la composizione. Il 27 per cento degli ossidi di terre rare contenuti nel deposito è costituito da elementi pesanti: terbio, disprosio, ittrio. Sono i minerali indispensabili per i magneti permanenti dei sistemi di guida missilistica ipersonica, per i motori dei veicoli elettrici, per la componentistica aerospaziale avanzata. Fuori dalla Cina, non esiste un giacimento comparabile.
L'annessione silenziosa: il Nasdaq come strumento di politica estera
La strategia di Critical Metals non si limita all'estrazione. Nell'agosto 2025, la società ha firmato un contratto decennale di fornitura con Ucore Rare Metals, che gestisce un impianto di lavorazione ad Alexandria, in Louisiana, finanziato dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. L'accordo prevede la consegna di diecimila tonnellate annue di concentrato di terre rare, circa il dieci per cento della produzione iniziale prevista, destinate alla separazione in ossidi ad alta purezza presso lo Strategic Metals Complex di Ucore. L'impianto, che ha ricevuto un finanziamento iniziale di 18,4 milioni di dollari dall'Esercito americano attraverso un Other Transaction Agreement, ha iniziato i lavori di costruzione nel maggio 2025 sulla base dell'ex England Airpark.
Il circuito si chiude con il finanziamento pubblico. Nel giugno 2025, la Export-Import Bank degli Stati Uniti ha trasmesso a Critical Metals una lettera d'interesse per un prestito fino a 120 milioni di dollari, a un tasso agevolato con scadenza quindicennale, nell'ambito del programma destinato a sostenere le imprese americane in competizione con la Cina nei settori strategici. Nell'ottobre successivo, Reuters ha rivelato che l'amministrazione Trump stava valutando l'acquisizione di una partecipazione azionaria diretta nella società, un intervento senza precedenti che collocherebbe il governo federale nel capitale di un'impresa mineraria privata operante in territorio straniero.
Il nesso tra la dimensione finanziaria e quella politica non è accidentale. Il decimo azionista di Critical Metals risulta essere Cantor Fitzgerald, l'intermediazione un tempo guidata da Howard Lutnick, divenuto segretario al Commercio nell'amministrazione Trump. Il governatore della Louisiana, Jeff Landry, nominato nel dicembre 2025 inviato speciale in Groenlandia con l'incarico esplicito, nelle sue stesse parole, di "fare della Groenlandia una parte degli Stati Uniti", governa lo Stato che ospita l'impianto di lavorazione finanziato dal Pentagono. Il filo che collega la SPAC quotata al Nasdaq, il giacimento artico, l'impianto militare e l'inviato presidenziale disegna una geometria che la diplomazia tradizionale non era riuscita a comporre.
Il monopolio cinese: la ragione strutturale della corsa
Per comprendere la posta in gioco a Tanbreez occorre collocarla nel contesto del dominio cinese sulle terre rare, un monopolio che non ha equivalenti nel panorama delle materie prime contemporanee. Nel 2025, la Cina ha estratto il 69,2 per cento della produzione mineraria globale di ossidi di terre rare, ma il dato sull'estrazione racconta solo una parte della realtà. È nella lavorazione che la concentrazione diventa monopolio: Pechino controlla circa il 90 per cento della capacità mondiale di raffinazione e separazione, e produce il 94 per cento dei magneti permanenti al neodimio che alimentano i sistemi d'arma, le turbine eoliche, i motori elettrici.
Giovanni Arrighi, analizzando i cicli egemonici dell'economia-mondo, ha mostrato come ogni transizione di potere tra potenze dominanti si giochi, prima che sui campi di battaglia, sul controllo dei nodi critici dell'accumulazione. Le terre rare occupano oggi la posizione che il carbone occupava nella prima industrializzazione e il petrolio nel Novecento: chi ne controlla l'intera filiera, dall'estrazione alla magnetizzazione, detiene una leva sulla produzione industriale avanzata di tutti gli altri Paesi. La differenza rispetto al petrolio è che il monopolio cinese non è il prodotto di una dotazione geologica naturale: la Cina non possiede riserve superiori a quelle di Brasile, Vietnam, Russia o, appunto, Groenlandia. Il monopolio è il risultato di trent'anni di politica industriale pianificata, di investimenti statali nella chimica di separazione, di una tolleranza ambientale che i Paesi occidentali non hanno voluto o saputo replicare.
La risposta americana non passa per la costruzione di una capacità industriale autonoma, operazione che richiederebbe un decennio e investimenti dell'ordine di decine di miliardi, ma per la conquista della materia prima alla fonte. Tanbreez diventa così il surrogato di una politica industriale: anziché costruire le fabbriche, si compra la miniera e si collegano i tubi direttamente al Pentagono. È il modello che David Harvey ha descritto come "accumulazione per spoliazione": l'appropriazione di risorse attraverso strumenti finanziari e giuridici che operano al di fuori del circuito produttivo tradizionale.
Il mini G7 dei minerali
La Francia non è sola nel tentativo di costruire un'alternativa alla penetrazione finanziaria americana. Il 2 marzo 2026, il giorno prima dell'accordo BRGM alla conferenza PDAC di Toronto, il Canada ha firmato con la Groenlandia una dichiarazione congiunta d'intenti sulla cooperazione nei minerali critici e nell'energia, riconoscendo le sfide specifiche delle comunità artiche e impegnandosi a condividere competenze nel settore delle microreti energetiche. Nelle stesse settimane, il Giappone ha intensificato il dialogo bilaterale con Parigi sulle catene di approvvigionamento delle terre rare, con un incontro tra i viceministri degli Esteri a Tokyo il 15 gennaio in cui la cooperazione sui minerali critici è stata indicata come priorità condivisa.
L'analisi dell'Observer Research Foundation ha descritto questa convergenza come la nascita di un "minilateralismo" all'interno del G7: Canada, Giappone e Francia stanno creando un sottogruppo dedicato alla resilienza mineraria, alla coordinazione industriale e alla diversificazione delle catene di fornitura, un formato ridotto che aggira l'impossibilità di costruire consenso nell'ambito più ampio del G7, reso inabitabile dalla politica tariffaria e annessionista di Washington. I tre Paesi stanno lavorando ad alternative al blocco commerciale minerario a guida americana proposto dal vicepresidente Vance nel febbraio 2026, consapevoli che la partecipazione a un formato dominato da Washington esporrebbe le loro catene di approvvigionamento a un'ulteriore dipendenza.
Il problema, però, è la natura degli strumenti. Parigi firma memorandum d'intesa, Ottawa dichiara intenti congiunti, Tokyo coordina agende ministeriali. Dall'altra parte dell'Atlantico, una società quotata acquista il 92,5 per cento di un giacimento, firma un contratto decennale con un impianto del Pentagono e ottiene una linea di credito da 120 milioni di dollari dalla banca pubblica federale. Come ha osservato l'European Council on Foreign Relations, la Francia, che presiede il G7 nel 2026, inquadra i minerali critici come una questione di sovranità strategica europea, opponendosi alle misure unilaterali e insistendo sulla cooperazione multilaterale. Ma la multilateralità richiede tempo, consenso, istituzioni; il Nasdaq richiede un prospetto e un codice azionario. Il divario tra le velocità operative dei due approcci rischia di rendere irrilevante la cooperazione scientifica nel momento in cui i diritti di sfruttamento sono già stati assegnati.
Chi governa le risorse governa il secolo
Nella partita groenlandese, il Pentagono finanzia l'impianto di lavorazione.; il Nasdaq fornisce il veicolo finanziario; l'EXIM Bank eroga il credito pubblico. Manca la conoscenza geologica, che la Groenlandia non possiede ancora in forma sistematica: ed è esattamente su quella lacuna che la Francia si inserisce, offrendola come merce di scambio per una relazione che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe produrre un'alternativa.
L'efficacia di quell'alternativa resta tutta da dimostrare. La cooperazione geologica satellitare richiederà anni per produrre dati utilizzabili; i memorandum d'intesa non vincolano nessuno; il sottogruppo minerario Canada-Giappone-Francia non dispone di strumenti coercitivi né di capitali paragonabili a quelli mobilitati dalla filiera americana. L'Europa, come ha osservato Foreign Policy, sta costruendo una rete di accordi bilaterali sui minerali strategici che esclude sia Pechino sia Washington, ma non è chiaro se questa rete possa reggere il confronto con le acquisizioni azionarie dirette.
Il vertice G7 di Évian, previsto per il 15-17 giugno 2026 sotto presidenza francese, avrà i minerali critici tra i temi centrali dell'agenda. Ma i ministri del Commercio che si sono riuniti a Parigi il 5 e 6 maggio hanno confermato una divisione persistente: tutti concordano sulla necessità di ridurre la dipendenza dalla Cina, nessuno concorda su quanto antagonismo esercitare verso Pechino, e nessuno affronta il nodo di fondo, vale a dire che la diversificazione dall'asse cinese non garantisce la sovranità se il risultato è la sostituzione di una dipendenza con un'altra.
La Groenlandia resta il banco su cui si gioca. Resta da capire se Nuuk disponga ancora di margini per negoziare o se la partita delle risorse del secolo non sia già stata decisa altrove: nelle sale del Nasdaq, negli uffici dell'EXIM Bank, nei cantieri di Alexandria, Louisiana. Dove Trump aveva promesso l'annessione con le armi, il capitale ha ottenuto qualcosa di più duraturo: il possesso senza la bandiera.