
Daniele Lanza
La settimana scorsa, per le prime pagine di notiziari e quotidiani è stato imperativo inaugurare il flusso informativo con la l'evento della settimana: la famigerata missiva di Volodymir Zelensky al presidente Vladimir Putin.
La prima forma di comunicazione diretta da uno di questi due leader all'altro dall'inizio delle ostilità in oltre 4 anni: focalizzarvisi è d'obbligo a prescindere da ogni altra considerazione, dal momento che il fatto potrebbe essere segnale di qualcosa. Ecco, il problema - l'enigma di questa fase della guerra - è tutto racchiuso in quest'ultima parola: un "qualcosa" non oggettivamente decifrabile, che il leader ucraino vorrebbe trasmettere alla controparte. Per sintetizzare il discorso senza fronzoli: la missiva di cui si parla è sbalorditiva, per i suoi contenuti (la versione in inglese è visionabile sul web: qualsiasi osservatore preparato visionandolo con lucidità è in grado di trarre da sè le conclusioni, senza aiuto). Si tratta di un testo che va avanti per 40-50 righe in costante tono di sfida: esprime rabbia ed avversione faticosamente celate, un susseguirsi vario di minacce velate e non, inframmezzato di scortesie ad personam nei confronti del destinatario al Cremlino. L'andamento e il ritmo del discorso si mantiengono costanti dal principio alla fine, senza attenuarsi se non nei momenti specifici in cui V. Zelensky andando al sodo chiede cosa vuole chiedere, ovvero un meeting tra le parti che inauguri autentici colloqui di pace. Quest'ultimo punto lascia interdetti: si suppone rappresenti il senso ultimo dell'aver compilato una lettera di stato indirizzata al presidente di Russia. Un punto - quello della pace - che tuttavia emerge timidamente lungo il testo, evanescente o per meglio dire, quasi inesistente: in definitiva abbiamo a che fare con uno dei più singolari (e molti) enigmi del maggiore conflitto convenzionale in Europa dai tempi delle guerre mondiali del 900: una lettera di pace - il cui fine è domandare alla controparte un incontro - la cui fisionomia tuttavia è diametralmente opposta rispetto allo scopo che si propone, una contraddizione in termini.
La realtà è che la missiva di stato del presidente ucraino - per come è formulata - potrebbe persino indurre un analista politico a ritenere che è una mossa studiata appositamente, per ottenere una reazione di segno opposto rispetto a quella che ufficialmente intenderebbe ricevere, ovvero che il testo sia stato deliberatamente redatto in tal modo, proprio per ottenere di essere respinta immediatamente (come è stato, bollandola anche come "maleducata"). Una lettera di "pace" di tono tale da essere rifiutata senza troppe parole e questo per poter dire che è stata Mosca a respingere la pace, mentre Kiev con somma ragionevolezza la propone: strategia ampiamente facilitata dai mezzi di informazione occidentali, i quali - con ingegno - rispettano solo parzialmente gli imperativi categorici della professione giornalistica, vale a dire che si annuncia ad alto volume la notizia della lettera inviata (si sottolinea la buona volontà di Zelensky cioè) ma non si provvede con altrettanto zelo ad indirizzare il pubblico verso estratti fedeli e completi della lettera in questione, che possano essere valutati dal lettore (cosa che farebbe capire all'opinione pubblica la reale natura delle "aperture" di Kiev). In alternativa, se le cose non stessero così - vale a dire, nel caso non si trattasse di una lettera deliberatamente formulata affinchè fallisse - ossia se V. Zelensky avesse composto in buona fede il testo che si legge, pensando per davvero di approdare a qualcosa, allora la riflessione deve tener conto di una importante componente di aperta dissociazione cognitiva dell'elite al potere in Ucraina rispetto al quadro generale della realtà sul campo. Una sindrome dissociativa che coinvolge tanto i vertici di Kiev quanto quelli di Bruxelles i quali rimangono come intrappolati in un'insanabile contraddizione interiore: vogliono la fine delle ostilità, eppure al tempo medesimo non la vogliono. Meglio sarebbe dire che la vogliono, ma alle proprie condizioni (che si possono intuire analizzando la "lettera di pace"): vogliono insomma la fine del conflitto, ma non la fine delle ostilità - tanto per arricchire il labirinto dialettico che caratterizza il discorso politico/militare dei nostri giorni - suggerendo brillanti soluzioni che prevedono che le forze di Mosca si fermino (quando sono in vantaggio) mentre l'occidente continua imperterrito ad armare Kiev e a bersagliare di sanzioni la Russia aspettandosi che la controparte discuta e firmi accordi del genere). La verità inesprimibile è che i vertici euro-atlantici puntano piuttosto a qualcosa che somiglia ad uno stato perpetuo di conflitto a bassa intensità, una seconda guerra fredda (più violenta rispetto alla prima) da far durare a tempo indefinito. Il sostegno economico euro-americano a Kiev del resto si prospetta essere senza un chiaro limite: 600 miliardi di dollari in 4 anni, che potrebbero benissimo raddoppiarsi in un lasso di tempo equivalente. In altre parole l'occidente non ha timore a versare anche oltre un trilione di dollari pur di danneggiare Mosca. Hanno la facoltà versare tale denaro perchè gli stati che costituiscono la comunità europea non avranno materia umana da impiegare al fronte, ma ne hanno le risorse finanziarie: continueranno a farlo poichè partecipare ad una guerra solo sul piano finanziario è molto più gestibile psicologicamente che non versando il sangue dei propri cittadini. I governi di Germania, Olanda, Francia, Belgio, Italia e UK non reggerebbero alla perdita di migliaia di uomini sul campo (il sistema politico collasserebbe), ma il fatto è che non hanno bisogno di farlo: gli uomini in uniforme li mettono già gli ucraini (le cui vite non sono considerate alla stregua degli altri cittadini dell'UE, per la sensibilità Nato), mentre versare contributi periodicamente è una cosa che le proprie società possono accettare senza che vi siano troppi contraccolpi. L'insieme euro-atlantico, alle spalle della giunta di Kiev, ha questo in mente: temporeggiare ed aspettare senza offrire nulla di definito e soprattutto senza mai fare promesse precise all'opponente (non avendo del resto alcuna intenzione di venire a patti in alcun modo).
La "lettera di pace" rimane tuttavia - a modo suo - un interessante documento: utile nella misura in cui illustra il grado di contraddizione/dissociazione, che regna nell'Europa politica di oggi (sulla quale Zelensky fa totale affidamento): entità politica moderna, benestante e matura - riflesso fedele della società che lo popola - che idealmente anela ad un confronto militare totale, come una III° guerra mondiale, senza tuttavia essere più in grado di fare come nel corso del XX secolo conclusosi, per il mutato senso della vita di cui godono le società europee, abituate ad un livello di comfort - inimmaginabile in altre parti del mondo - ormai irrinunciabile, demograficamente in declino e non più preparate, nemmeno psicologicamente a quanto un vero conflitto comporta. Onde evitare di rimanere alla finestra, ad osservare gli eventi, altro non rimane dunque che far combattere altri al proprio posto: lo si è fatto fare agli ucraini in questi anni, e lo si potrebbe far fare agli immigrati extra europei in cambio della cittadinanza in futuro. Si conterà ancora qualcosa - nella grande arena degli eventi - facendo lottare altri al proprio posto: l'UE seguiterà ad "esistere" per interposta persona (diciamo così), mandando al fronte i figli di altri popoli più poveri (o stati clienti). Da tutto questo nasce la lettera, altamente contraddittoria per tono e contenuti, che il presidente ucraino ha inviato: traspare da ogni passaggio una sicurezza estrema nelle proprie capacità o sarebbe meglio dire la totale sicurezza di un appoggio europeo ad oltranza, contando all'opposto su una possibile debolezza da parte russa, ovvero che Mosca potrebbe alla lunga "stancarsi e cedere". Illusioni assai problematiche il cui risultato sarà la perdita ulteriore di vite umane.