
Lorenzo Maria Pacini
L'Italia è entrata a far parte dei Paesi che la Russia deve tenere in considerazione in uno scenario di guerra in Europa, scrive Lorenzo Maria Pacini.
Non è una questione di denaro
Quattromila euro a fascicolo. È questa la cifra che, secondo le carte dell'inchiesta condotta dai carabinieri del Ros, l'ufficiale del Gru Mikhail Astakhov versava all'ex maresciallo Raoul Gavino Piras, cinquantanove anni, già in servizio presso il Sismi e poi presso l'Aisi, in pensione dal 2012. Gli incontri, quattro nel corso del 2025, avvenivano su panchine di provincia: il belvedere di via di Trapasso di San Clemente a Bracciano, piazza Trieste a Santa Marinella. Il russo passava foglietti con le richieste dei suoi superiori, l'italiano le valutava sul posto, poi incassava.
Il dettaglio che merita attenzione, però, non è la messinscena né la cifra, peraltro modesta, che ha comprato dodici anni di collaborazione, ma è la lista della spesa. Perché quello che Mosca chiedeva a Piras dice, con una precisione che nessuna dichiarazione ufficiale possiede, che cosa la Federazione Russa ritiene oggi importante sapere dell'Italia. E la risposta è: il suo riarmo.
Nell'abitazione di Ladispoli, gli investigatori hanno trovato materiale che ricalca punto per punto i "pizzini" consegnati da Astakhov: piani di acquisto dei missili da crociera a lungo raggio Storm Shadow e Scalp, il piano di riarmo italiano, europeo e atlantico, le prospettive di sviluppo delle Forze Armate, priorità e obiettivi della Difesa dell'Unione Europea, il sostegno all'Ucraina nella produzione di missili a lunga gittata, la valutazione dell'efficacia degli attacchi contro le strutture nucleari iraniane. Piras, riferiscono le intercettazioni, discuteva con il suo interlocutore anche del SAMP/T, il sistema antiaereo italo-francese ceduto a Kiev, precisando che l'Italia aveva fornito il complesso di lancio e la Francia i missili. Altrove compaiono i sistemi Grifo e Aster, l'interesse italiano per il carro T-90, un'esercitazione a La Spezia su un mezzo subacqueo autonomo di Leonardo.
Accanto a questo, la parte più classica del mestiere: nomi. Identità di agenti dell'Aise e dell'Aisi, la funzionaria del controspionaggio che indagava su un presunto agente russo residente a Matera, schede sul Ros e sulla cybersicurezza della polizia, notizie sulla missione italiana in Bulgaria. Astakhov, secondo gli atti, chiedeva esplicitamente dati personali sul personale militare e sulle stesse fonti di Piras, con l'evidente intento di reclutarle.
Va detto subito che si tratta di elementi di un'indagine ancora aperta, riferiti dagli inquirenti e non ancora vagliati da un processo. Ai fini dell'analisi, tuttavia, ciò che conta non è la responsabilità penale dei singoli ma la struttura del fabbisogno informativo che emerge dalle richieste. Quella struttura è leggibile, e ha una logica.
Un servizio di intelligence militare non spende denaro e non brucia risorse umane per curiosità. Il Gru raccoglie ciò che serve alla pianificazione militare russa. Se il Gru chiede all'Italia il calendario delle acquisizioni missilistiche, i piani pluriennali della Difesa, la mappa del sostegno industriale a Kiev e i nomi di chi lavora nel controspionaggio antirusso, significa che nella pianificazione militare russa l'Italia ha smesso di essere una variabile secondaria.
Ciò che emerge dall'inchiesta è qualcosa di più grande di una semplice spy story meritevole di un romanzo avvincente.
Non guardate il dito, guardate la luna
Vale la pena di distinguere, perché non tutte le informazioni richieste hanno lo stesso peso.
Storm Shadow e Scalp sono lo stesso missile, di sviluppo anglo-francese, gittata dichiarata superiore ai 250 chilometri, capacità di penetrazione contro infrastrutture indurite. Sono l'arma con cui l'Ucraina ha colpito in profondità obiettivi russi in Crimea e oltre. Conoscere i piani italiani di acquisto significa due cose. Sul piano tattico, permette di stimare quante di quelle armi potrebbero finire a Kiev e quando. Sul piano strategico, permette di calcolare quale capacità di attacco in profondità l'Italia intenda darsi in proprio, cioè se Roma stia costruendo uno strumento di deep strike autonomo o resti dipendente dalle scorte francesi e britanniche.
Il SAMP/T appartiene a un'altra categoria. È difesa aerea a lungo raggio, l'unico sistema di produzione europea comparabile al Patriot americano. La sua rilevanza nell'ottica russa è diretta: sapere quanti sistemi esistono, dove sono schierati, quali sono le loro reali prestazioni contro bersagli balistici significa sapere quanto costerebbe saturarne le difese. È informazione di targeting, non di curiosità politica.
I piani di riarmo nazionale ed europeo, invece, servono a un livello superiore. Non rispondono alla domanda "come colpisco", ma "quanto tempo ho". Un piano di acquisizione pluriennale è una dichiarazione, in forma contabile, di quando un esercito sarà pronto. Chi lo legge sa in quale anno la finestra di vantaggio relativo si chiude. Nella letteratura degli studi strategici questo è il problema classico della closing window: la percezione che l'avversario stia recuperando capacità è storicamente una delle condizioni che rendono più probabile l'iniziativa preventiva, non meno.
Infine i nomi. Le identità del personale di intelligence hanno un valore che non è informativo ma operativo: servono a costruire reti, a neutralizzare il controspionaggio, in scenari degradati a colpire. Che il Gru le chiedesse all'Italia, e non solo alla Polonia o alla Romania, è un dato che va registrato.
Non guardate il dito, guardate la luna. Dalle intercettazioni pubblicate, emerge che l'Italia è quasi pronta per entrare in un conflitto diretto con la Russia. Questa è la cosa più importante di tutte.
Per capire perché Mosca guardi a Roma è necessario osservare che cosa Roma ha fatto negli ultimi quattro anni.
L'Italia è passata da una spesa per la difesa cronicamente sotto la soglia atlantica, attorno all'1,4 per cento del PIL nel 2021, a una traiettoria di allineamento al 2 per cento e, dopo il vertice dell'Aia del giugno 2025, a un impegno di lungo periodo verso una soglia complessiva del 5 per cento, articolata fra spesa militare in senso stretto e infrastrutture a duplice uso. Le modalità contabili con cui questo impegno viene onorato, e in particolare la scelta italiana di far confluire nel computo voci come le infrastrutture di trasporto e la sicurezza costiera, sono materia di legittima discussione, ma la direzione è una sola.
Più rilevante della cifra è il mutamento della dottrina. Fino al 2022 lo strumento militare italiano era ottimizzato per un compito preciso: la proiezione di stabilità nel Mediterraneo allargato, cioè missioni di interposizione, addestramento, controllo del mare, contrasto ai traffici. Un esercito costruito per l'Afghanistan e per il Libano, non per il Donbass. La guerra in Ucraina ha riportato al centro categorie che l'Europa credeva archiviate: la difesa collettiva contro un avversario simmetrico, il combattimento ad alta intensità, il consumo di munizioni su scala industriale, la logistica di teatro.
Il Documento programmatico pluriennale della Difesa registra questo spostamento con parole che nel 2015 sarebbero state impensabili. Si parla di difesa aerea integrata, di capacità di attacco in profondità, di ricostituzione delle scorte, di sostenibilità di un conflitto prolungato. Il programma Aster, il rifinanziamento della difesa antimissile, l'accelerazione sui sistemi anti-drone, il rilancio della componente corazzata con il programma Leopard, il GCAP con Regno Unito e Giappone: sono tutte scelte che hanno senso in un'unica ipotesi di impiego, ed è un'ipotesi europea, non mediterranea.
La militarizzazione dell'Europa e il pilastro europeo della NATO
L'Italia non si muove da sola, ed è qui che il caso Piras acquista una dimensione che eccede il perimetro nazionale.
Il quadro entro cui Roma agisce è quello di una ricostruzione accelerata dell'apparato militare europeo. Il piano ReArm Europe e lo strumento SAFE hanno messo in circolazione, fra prestiti e flessibilità di bilancio, risorse dell'ordine di centinaia di miliardi. La Germania ha modificato la propria costituzione finanziaria per esentare la spesa per la difesa dal freno all'indebitamento. La Polonia viaggia intorno al 4,5 per cento del PIL. La Commissione europea, un'istituzione nata per il carbone e l'acciaio, oggi discute di stock di munizioni e di mobilità militare.
La NATO, parallelamente, ha ridisegnato il proprio impianto operativo. I nuovi piani regionali approvati a Vilnius nel 2023 hanno riportato l'Alleanza a una pianificazione per teatro geografico che mancava dal 1991, assegnando a ciascun alleato compiti definiti in scenari definiti. Il New Force Model prevede oltre trecentomila uomini in alta prontezza. Questo, e non la retorica dei comunicati, è ciò che significa il rafforzamento del pilastro europeo: non un'emancipazione dall'America, ma una redistribuzione degli oneri all'interno di una struttura che resta atlantica e la cui logica operativa è tornata a essere quella della difesa del territorio alleato contro un attacco convenzionale russo.
In questo disegno l'Italia occupa una posizione che non è periferica. Ed è una posizione che Mosca ha ragione di voler comprendere.
La dottrina strategica odierna colloca l'Italia sul fianco meridionale dell'Alleanza, e la deduzione implicita è che il fianco meridionale sia lontano dal fronte. È una deduzione errata, e le richieste del Gru lo confermano.
In una guerra ad alta intensità sul fronte orientale, il ruolo italiano non sarebbe di prima linea. Sarebbe di retrovia strategica, che in termini militari significa qualcosa di più importante e non di meno. Le basi di Sigonella, Aviano, Ghedi, Napoli, Camp Darby, La Maddalena costituiscono l'infrastruttura attraverso cui transiterebbero rifornimenti, aerei, uomini. Il Comando delle forze congiunte alleate ha sede a Napoli. La logistica atlantica nel Mediterraneo passa da porti italiani. In un conflitto prolungato, la capacità di sostenere il fronte dipende dalle retrovie almeno quanto dalla forza schierata, e la storia militare del Novecento non offre esempi di eserciti che abbiano vinto guerre lunghe con le retrovie compromesse.
A ciò si aggiunge la dimensione industriale. Leonardo, Fincantieri, Avio, Elettronica, MBDA Italia sono nodi della catena di fornitura europea in settori (elicotteri, elettronica di bordo, siluri, missilistica, guerra elettronica) in cui la sostituzione non è rapida. Il riferimento, nelle intercettazioni, a un'esercitazione a La Spezia su un sistema subacqueo senza equipaggio è coerente con questo interesse: la guerra sottomarina e la protezione delle infrastrutture critiche sul fondale mediterraneo, cavi e gasdotti, sono un dominio in cui la Russia è attiva e in cui l'Italia ha capacità.
Chi pianifica un confronto con la NATO deve sapere che cosa colpire per rallentare la macchina alleata. E chi vuole sapere che cosa colpire in Italia deve prima sapere che cosa l'Italia possiede, dove, e quando ne avrà di più.
Quindi?
Arriviamo al punto più delicato, che va affrontato senza scorciatoie.
Che l'Italia si stia dotando degli strumenti per un conflitto convenzionale ad alta intensità con la Federazione Russa è un fatto ricavabile dalla lettura dei programmi di acquisizione, dalla dottrina, dagli esercizi di pianificazione alleata. Che l'Italia abbia deciso di combattere una simile guerra non è un fatto dichiarato ufficialmente, ma le carte dell'inchiesta, almeno per quanto sono state fatte trapelare, rivela che il Paese sta rispondendo ad ordini ben precisi, che non è il solo a prepararsi e che la volontà movente di tutto il complesso meccanismo è quella di partecipare ad un conflitto esteso.
La teoria della deterrenza vive esattamente in questa ambiguità. Perché la deterrenza funzioni, la capacità militare deve essere reale, visibile e credibile: un'arma che l'avversario non crede tu sia in grado di usare non dissuade nessuno; ma una capacità reale, visibile e credibile è, oggettivamente, indistinguibile da una preparazione all'attacco. Chi la osserva dall'esterno non ha accesso alle intenzioni, solo alle capacità. Questo è il dilemma della sicurezza nella formulazione che ne diede John Herz, e non è un difetto correggibile del sistema internazionale giacché ne è la struttura.
Ne discende una conseguenza sgradevole, ovvero che l'Italia può armarsi con intenzione puramente dissuasiva e ottenere ugualmente, a Mosca, l'effetto di alimentare la percezione di un accerchiamento in via di consolidamento. La Russia può leggere il riarmo europeo come minaccia esistenziale e reagire in modi che confermano agli europei la necessità del riarmo. La spirale si alimenta senza che nessuno dei due attori debba aver deciso alcunché. Le due letture, quella difensiva e quella offensiva, non si escludono a vicenda ma descrivono lo stesso oggetto materiale da due punti di osservazione diversi, ed entrambe sono, dal rispettivo punto di osservazione, razionali.
Il caso Piras si colloca precisamente dentro questa dinamica. Lo spionaggio ad alta intensità sui piani di riarmo di un avversario non è un'attività di tempo di pace ordinario, ma è l'attività che caratterizza la fase che gli studiosi della competizione fra grandi potenze chiamano pre-conflittuale, quella in cui la guerra non è decisa ma è entrata nel novero delle ipotesi di lavoro dei pianificatori, e in cui ciascuna parte ha bisogno di sapere che cosa l'altra sarà in grado di fare tra tre anni. Le reti di intelligence si costruiscono in anticipo perché in caso di crisi non c'è tempo per costruirle. Il fatto che il Gru abbia investito dodici anni su una fonte italiana, e che negli ultimi tre le domande siano diventate così specificamente militari, è un indicatore di come Mosca stia calibrando i propri orizzonti temporali perché sa che l'Italia sarà uno di quei Paesi a prendere una posizione nel caso dello scoppio del conflitto che è stato a lungo promesso dalle autorità europee.
C'è un'ironia, in questa storia, che vale più di molte analisi. Per anni la Russia ha considerato l'Italia il ventre molle dell'Alleanza: paese di simpatie diffuse, di legami energetici, di classe politica permeabile, di opinione pubblica riluttante. Un obiettivo per l'influenza, più che per l'intelligence militare. Il tipo di paese su cui si investe in narrazioni, non in piani di targeting.
Le richieste consegnate su una panchina di Bracciano raccontano qualcos'altro. Raccontano che a Mosca l'Italia è diventata un problema militare: un fornitore di sistemi a lungo raggio, un nodo logistico atlantico, un contributore industriale alla capacità ucraina, un attore le cui Forze Armate stanno acquisendo capacità che nel 2013 non avevano e non intendevano avere. Non si spende quattromila euro a fascicolo per capire le opinioni di un paese ma per capire le sue armi.
Questo, più di qualunque dichiarazione di Palazzo Chigi, misura la distanza percorsa. L'Italia è entrata, senza un dibattito pubblico proporzionato alla portata della scelta, nel novero dei paesi che la Russia deve calcolare in uno scenario di guerra europea. Se questa sia una condizione desiderabile, se il riarmo produca sicurezza o la consumi, se il paese abbia compreso ciò che sta facendo: sono domande che restano aperte, e che non si risolvono con l'analisi delle capacità. Ma la domanda preliminare, quella sul fatto, ha una risposta. Qualcuno, a Mosca, ha ritenuto che valesse la pena pagare per conoscerla. E qualcuno a Roma è pronto a rendere vere tutte le supposizioni fatte dagli analisti, portando l'Italia ad entrare in guerra contro la Federazione Russa.