29/07/2026 strategic-culture.su  7min 🇮🇹 #321621

Il conflitto tra Stati Uniti e Iran si riaccende: era tutto scritto in un documento del 2009

Giacomo Gabellini

Perché l'Iran ha iniziato a sferrare attacchi contro l'Iran poche settimane dopo la conclusione della "tregua" e su cosa si basano le azioni dell'amministrazione americana?

Dalla fine delle  partecipatissime esequie della Guida Suprema Ali Khamenei, gli Stati Uniti sono tornati a colpire con sistematicità l'Iran, che ha a sua volta reagito bersagliando siti militari statunitensi in Kuwait e Bahrain.

Interpellato sul punto in occasione del recente vertice della Nato di Ankara, il presidente Trump ha espresso la convinzione che il memorandum d'intesa siglato tra Washington e Teheran soltanto poche settimane prima fosse definitivamente collassato.

La riacutizzazione del conflitto rientrerebbe perfettamente nel quadro geostrategico  dipinto dal "Wall Street Journal" sulla base di confidenze rese da funzionari statunitensi di alto livello, secondo cui "il presidente Trump ha valutato una ripresa della guerra totale contro l'Iran, al culmine di una serie di conversazioni negli ultimi giorni con il segretario alla Difesa Pete Hegset e il Capo di Stato Maggiore congiunto, Generale Dan Kaine, su ulteriori attacchi".

Le conversazioni, riferisce il quotidiano, si sarebbero focalizzate sulla possibilità che gli Stati Uniti abbandonassero i negoziati e riprendessero gli attacchi su vasta scala contro l'Iran, avviando una nuova fase della guerra che sancirebbe "il completamento del lavoro".

Ulteriori indizi circa le reali intenzioni dell'amministrazione Trump sono emersi da una recente intervista  rilasciata dal vicepresidente Jd Vance, secondo cui la sospensione provvisoria delle ostilità prevista dall'intesa tra Stati Uniti e Iran rispondeva alla necessità tassativa di Washington di "comprare tempo" utile a rifornire l'economia mondiale e ad allentare le pressioni sui prezzi dell'energia, sulle scorte di munizioni e sulle riserve strategiche di petrolio, ma "mantenendo un ampio margine di manovra".

Dichiarazioni estremamente franche, attestanti una condotta negoziale intrisa di "ambiguità" - se non di vera e propria malafede - che era stata caldamente raccomandata in uno studio  realizzato dall'influente Brookings Institution nel 2009, da cui si ricavano elementi particolarmente utili a decodificare le reali intenzioni statunitensi.

Il documento, intitolato Which path to Persia ? Option for a new American strategy toward Iran ("Quale strada per la Persia ? Opzione per una nuova strategia americana verso l'Iran"), esplorava le opzioni praticabili per agevolare l'insediamento a Teheran di un regime alleato o comunque controllabile.

Nel rapporto si suggeriva ai decisori di Washington di avviare trattative bilaterali incentrate sul programma nucleare iraniano progettate appositamente per risolversi in un fallimento, da addebitare però alla malafede della classe dirigente della Repubblica Islamica così da creare consenso attorno all'adozione di sanzioni.

Un passo successivo indicato dalla Brookings Institution consisteva nel fomentare disordini interni all'Iran, sia attivando i gruppi di opposizione finanziati dal nugolo di Ong facenti più o meno indirettamente capo al Dipartimento di Stato, sia sostenendo organizzazioni terroristiche come il Mojahedin-e-Khalq (Mek).

Nel corso degli anni, molte delle raccomandazioni contenute nello studio pubblicato dalla Brookings Institution nel 2009 hanno trovato concreta applicazione nella politica mediorientale statunitense. L'accordo sul nucleare iraniano raggiunto nel 2015 sotto l'egida di Obama e mai realmente rispettato, il ritiro unilaterale dall'intesa disposto nel 2018 dal presidente Trump, la contestuale adozione di un durissimo regime sanzionatorio contro la Repubblica Islamica e il costante sostegno esterno ai disordini interni che di tanto in tanto  interessano il Paese risultano perfettamente coerenti con le linee guida indicate nel documento.

Lo studio prendeva inoltre in esame un'invasione terrestre dell'Iran, anticipata da intense campagne di bombardamenti aerei su vasta scala e implicante il coinvolgimento di Israele. In un capitolo intitolato Leave it to Bibi. Allowing or encouraging an Israeli military strike ("Lasciar fare a Bibi. Permettere o incoraggiare un attacco militare israeliano"), cioè a Benjamin Netanyahu, il documento afferma che "ci sono validi motivi per credere che, nelle giuste (o sbagliate) circostanze, Israele lancerebbe un attacco - principalmente con raid aerei, ma eventualmente supportato da operazioni delle forze speciali - per distruggere il programma nucleare iraniano". Di fronte a questo scenario, la Brookings Institution elenca quattro strade percorribili per gli Stati Uniti ma ne consiglia soltanto due.

La prima prevede che "gli Stati Uniti concedano a Israele il"via libera", consentendogli di transitare nello spazio aereo controllato dagli americani sopra l'Iraq. In questo caso, gli Stati Uniti si coordinerebbero preventivamente con Israele su come gestire le conseguenze di un attacco, tra cui la rappresaglia iraniana e le ripercussioni politiche regionali e internazionali. Il principale vantaggio di questa opzione è che, se Israele riuscisse a trovare una soluzione militare alla minaccia nucleare iraniana, gli Stati Uniti trarrebbero beneficio dall'attacco senza assumersi i rischi derivanti dall'impiego delle proprie forze".

Gli svantaggi, sottolinea tuttavia il rapporto, "sono più numerosi, semplicemente perché nessuno, men che meno l'Iran, crederebbe che gli Stati Uniti non abbiano nulla a che fare con un attacco israeliano, soprattutto se permettessero a Israele di sorvolare l'Iraq. Una delle conseguenze più significative dello scenario del"via libera"potrebbe essere la rappresaglia iraniana contro obiettivi americani, il che potrebbe a sua volta portare a un conflitto più ampio tra Stati Uniti e Iran".

La seconda opzione contempla invece che "gli Stati Uniti diano a Israele un"semaforo giallo", incoraggiandolo a sferrare l'attacco ma senza consentirgli di utilizzare lo spazio aereo iracheno. I vantaggi di questo scenario sarebbero gli stessi del"semaforo verde", con l'ulteriore beneficio che le ripercussioni diplomatiche per gli Stati Uniti potrebbero essere attenuate, poiché Washington potrebbe affermare di non aver ricevuto alcun preavviso, o addirittura di averlo ricevuto e di aver tentato di impedire l'attacco chiudendo lo spazio aereo iracheno".

Lo svantaggio sta nel fatto che "molti, soprattutto gli iraniani, potrebbero comunque ritenere gli Stati Uniti complici dell'operazione, rendendo così le truppe statunitensi nella regione vulnerabili a rappresaglie da parte dell'Iran".

Gli autori del documento richiamano l'attenzione sul vantaggio dato "dalla possibilità che solo Israele venga ritenuto responsabile dell'attacco. Se ciò si rivelasse vero, gli Stati Uniti potrebbero non dover affrontare le ritorsioni iraniane o le ripercussioni diplomatiche che accompagnerebbero un'operazione militare americana contro l'Iran. Ciò consentirebbe a Washington di ottenere il meglio da entrambe le situazioni: ritardare l'acquisizione dell'arma nucleare da parte dell'Iran ed evitare di compromettere molte altre iniziative diplomatiche regionali statunitensi".

Le forze israeliane, per di più, "potrebbero essere in grado di eseguire l'attacco molto prima e con molto meno preavviso e preparazione rispetto alle forze militari americane".

Sarebbe infine "più facile convincere Israele a sferrare l'attacco che ottenere il sostegno politico interno per un'altra guerra in Medio Oriente - per non parlare del sostegno diplomatico di una regione estremamente diffidente nei confronti di nuove avventure militari americane".

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