
Lorenzo Maria Pacini
La solidarietà di facciata dell'UE e un sistema giuridico che equipara i confini alle recinzioni lasciano l'Europa indifesa.
Fine luglio 2026. All'improvviso, circa 50.000 marocchini, che dalla stampa verranno definiti "migranti", si riversano nelle città di Ceuta e Melilla, due enclave spagnole in Marocco, residui del colonialismo. È crisi. L'intera Unione Europea è allarmata, l'Italia sospende Schengen, botta e risposta fra Spagna, Marocco e Israele. Il caso diventa un problema internazionale. Cerchiamo di riflettere su tre aspetti cruciali su quanto accaduto, nel mentre che la crisi è ancora in corso.
Punto primo: migrazioni e decolonizzazione
Cominciamo analizzando bene quello che è successo. Lo ripetiamo: circa 50.000 marocchini si sono riversati all'improvviso, trasportati da camion scortati dalla polizia marocchina, fino a Ceuta e Melilla.
Adesso rileggiamo.
Un così grande numero di persone non si muove "all'improvviso", non si muove per caso e non si muove senza una regia. Pensare che si siano dati appuntamento per una qualche strana coincidenza del destino, è pura follia. Qui le migrazioni non c'entrano niente.
L'immigrazione è un fenomeno padronale. Criticare la sottostruttura senza criticare la sovrastruttura è un errore oggettivo che ormai non è più camuffabile dietro alle narrative del mainstream occidentale. I fenomeni migratori moderni sono motivati non dal semplice desiderio di spostamento e di ricerca di condizioni di vita diverse, essi sono l'effetto di una causa ben precisa, che è il dominio capitalistico liberale, predominante in Occidente, che ha creato condizioni di insostenibilità in molti Paesi di quello che un tempo si chiamava il "terzo mondo" per poter costruire il proprio mondo consumistico, narcisistico e perverso.
Potremmo passare ore a discutere della questione, ma taglieremo corto. Ceuta è una enclave spagnola sul continente africano. I migranti, per invadere la Spagna continentale, dovranno attraversare lo Stretto di Gibilterra sorpassando i controlli di sicurezza e imbarcandosi su un traghetto. C'è quindi un tempo tecnico da rispettare per poter convalidare i proclami rilasciati da alcuni menestrelli dell'informazione alternativa che parlavano di "invasione europea".
Il fatto che la Spagna abbia ancora delle enclave, questo dovrebbe essere oggetto di discussione davanti al Consiglio dei 24 e al Consiglio dei 4 delle Nazioni Unite, laddove la decolonizzazione delle terre e dei popoli è una priorità dichiarata degli organismi internazionali. Ma è chiaro che questo aspetto verrà ignorato dai media, perciò restiamo sull'argomento centrale.
Molti citano come causa di questa invasione una recente decisione del governo spagnolo di "concedere la cittadinanza" a 500.000 stranieri entrati illegalmente. Qualunque cosa si pensi di questa decisione, deve essere chiaro che non si è trattato di una concessione di cittadinanza, come scritto da più parti, ma dell'erogazione di permessi di soggiorno e lavoro di un anno (la cosiddetta, uscita dall'irregolarità). I permessi sono stati erogati a persone che lavorano in Spagna da anni, senza precedenti penali. Lo scopo è, come sempre in questi casi, farle uscire dal lavoro nero e poterli dunque tassare.
La questione migratoria è fondamentale per la destabilizzazione dell'Europa e lo è se va di pari passo con quella dell'Islam. È una strategia usata dall'Occidente collettivo già più volte ed è uno strumento di assoggettamento dei popoli all'ignoranza e alla violenza. Né le destre, sempre più violente e arrabbiate, né le sinistre liberali, potrebbero continuare la loro guerra eterna all'insegna dello stesso globalismo, senza avere un argomento abbastanza forte, rischioso e socialmente efficace come l'immigrazione e la religione.
Urge di comprendere che si tratta di una manipolazione ingegneristica e che non finirà pacificamente se non si arresta in tempo questa degenerazione.
Due parole su Schengen. Ceuta ha un regime speciale, dove Schengen non vale. L'Italia è riuscita ad essere l'unico Paese che nelle prime 24 ore di eventi è caduta nella trappola. Il ministro degli esteri Tajani, che non ne azzecca mai una, ha tempestivamente commentato l'accaduto, riuscendo pure a sbagliare la geografia. Certo, al Governo Meloni, che ha il record per importazione di immigrati in Italia, questo momento serviva come assist per raccogliere consensi e cercare aiuto per le elezioni che si terranno fra meno di un anno, oscurando, invece, la vergognosa attività di favoreggiamento a delinquere di criminali internazionali legati alla pandemia da Covid e il tradimento reiterato del patto elettorale con gli italiani.
La verità è che Schengen fa comodo a tutti e nessuno ha intenzione di retrocedere, anche perché non è possibile senza avere prima sovranità e autonomia decisionale, quindi ogni proclama sensazionalistico che provenga da Roma o da altre capitali europee, è pura demagogia.
Punto secondo: guerra
La guerra attualmente in corso tra Stati Uniti e Iran viene spesso descritta dal sistema mediatico dominante come uno scontro tra la civiltà occidentale e il mondo islamico. Una parte consistente dell'opinione pubblica, in particolare quella riconducibile all'area della cosiddetta destra, sembra accettare questa lettura senza particolari riserve. In questa narrazione, i musulmani vengono rappresentati come un insieme indistinto: i palestinesi di Gaza, i combattenti dell'ISIS, i migranti marocchini che raggiungono Ceuta e i Pasdaran iraniani finiscono tutti accomunati nell'immagine di un universo animato da un'ostilità fanatica nei confronti del cristianesimo e dei sistemi democratici occidentali. Un grande mix di tutto.
Una simile rappresentazione, tuttavia, appare profondamente fuorviante ed oggettivamente sbagliata. I commentatori che proclamano le omologie "Globalisti = Islamisti" o hanno studiato poco, o sono in malafede. L'evoluzione concreta del conflitto militare e l'evoluzione dei rapporti culturali e religiosi, restituisce un quadro assai più articolato. L'Iran ha lanciato attacchi missilistici contro Qatar, Emirati Arabi Uniti, Iraq, Siria, Arabia Saudita e Giordania non per una scelta arbitraria, ma perché tali Paesi intrattengono rapporti di alleanza con gli Stati Uniti e ospitano installazioni militari americane coinvolte nelle operazioni belliche. Contrariamente alla percezione diffusa presso una parte dell'opinione pubblica, il mondo islamico non costituisce un blocco politico compatto né omogeneo. Anzi, la divisione chirurgica del mondo islamico è stata una delle attività preferite da UK, Francia e USA per decenni. Gridare adesso contro gli islamici invocando il pericolo del terrorismo e puntando il dito contro interi gruppi religiosi, è pura ipocrisia.
Al contrario, gran parte delle élite dirigenti dei Paesi arabi mantiene da tempo solidi rapporti strategici con l'Occidente. Oltre agli Stati già citati, anche Egitto, Libia, Tunisia e Marocco rientrano, con modalità differenti, nella rete di alleanze riconducibile agli Stati Uniti. Lo stesso sovrano marocchino mantiene relazioni consolidate sia con Washington sia con Israele.
I governanti dei Paesi musulmani frequentemente descritti in Occidente come dittatori o criminali - da Mu'ammar Gheddafi a Bashar al-Assad fino agli Ayatollah della Repubblica Islamica iraniana - erano accomunati dal tentativo di preservare l'autonomia politica dei rispettivi Stati, cercando di creare condizioni economiche tali da consentire ai propri cittadini di vivere e lavorare nel proprio Paese senza essere costretti all'emigrazione.
Osservando la situazione dal punto di vista europeo, esisterebbero ancora margini per evitare quella che rischia di trasformarsi in una nuova e anacronistica contrapposizione di carattere religioso, verso la quale gli sviluppi attuali sembrano progressivamente condurre.
L'Europa dovrebbe avere la determinazione politica di esprimere, facendo leva sul peso economico e diplomatico di cui ancora dispone, una netta opposizione sia alle operazioni militari condotte nella Striscia di Gaza, definite dall'autore come un genocidio, sia all'intervento contro l'Iran. Parallelamente, dovrebbe riconoscere che, in assenza di guerre o di catastrofi naturali, l'ingresso irregolare di decine di migliaia di persone nel territorio di un altro Stato non può essere considerato un fenomeno ordinario.
Consideriamo che le misure di rimpatrio non sarebbero particolarmente difficili da adottare sotto il profilo operativo ma, e questo è il punto politico della cosa, metterebbero in discussione alcuni dei pilastri sui quali si fonderebbe l'attuale assetto politico dell'Unione europea: il saldo legame strategico con gli Stati Uniti, il sostegno considerato incondizionato nei confronti di Israele e un orientamento favorevole alle politiche migratorie aperte.
Per le classi dirigenti europee risulterebbe quindi più semplice mantenere rapporti di collaborazione con gli attuali governanti siriani o con la monarchia marocchina piuttosto che perseguire, in via prioritaria, gli interessi delle popolazioni dei rispettivi Paesi.
Come ha osservato l'analista geopolitico Daniele Perra, "chi ritiene che ciò che sta avvenendo nelle enclavi nordafricane spagnole sia un qualcosa di spontaneo è nel migliore dei casi molto ingenuo. [...] Tra l'altro, non è la prima volta che la Spagna subisce questo genere di pressione. Tuttavia, in questo caso, la volontà di destabilizzare il governo Sanchez (sicuramente criticabile sotto molti aspetti, ma"colpevole"di non essersi totalmente piegato alla volontà di Trump e soci sull'Iran) sembra evidente. Ricordiamo in questo senso anche diverse"inchieste"ad orologeria della magistratura spagnola che assomigliano tanto ad una prassi utilizzata anche in Italia (non a caso, anche noi subimmo una guerra, quella contro la Libia, volta soprattutto alla distruzione degli accordi di cooperazione con il Paese nordafricano ed alla trasformazione dello stesso in un buco nero geopolitico ostaggio di bande criminali). Inutile dire che, in Libia, l'Italia abbia subito la peggiore sconfitta dal 1943 in poi, complice anche il governo Berlusconi che cadde poco dopo sotto la pressione delle agenzie di rating. Ma questo è un altro discorso".
E qui si gioca un punto fondamentale. La Spagna è troppo anti Israele e anti USA, per i gusti dei tecnocrati di Bruxelles e dei loro padroni. Il Marocco è parte degli Accordi di Abramo, ha una partnership stabile con Washington e Tel Aviv e, sebbene cerchi di portare avanti una sorta di relazioni multilaterali, resta comunque sottoposto alla sfera decisionale sionista. Una Spagna verso cui la stessa leadership americana ha più volte espresso disgusto e minacce.
Tutto ciò ci fa notare che esiste una correlazione: la Spagna rifiuta il sostegno a USA e Israele e si ritrova con una sorta di invasione che dura meno di 24 ore. Una vera e propria psy-op da manuale. Hanno innescato il problema, analizzate le reazioni, calibrato il prossimo attacco. Il test ha funzionato. Il vero problema è ciò che verrà dopo.
La quasi totalità dei migranti, a quanto pare, è tornata indietro durante la notte. E questo è un ulteriore elemento che favorisce la lettura dei fatti come una provocazione internazionale calibrata ad hoc.
Punto terzo: Diritto internazionale
Ceuta, come già detto, è una città spagnola situata sulla costa settentrionale del continente africano, affacciata sullo Stretto di Gibilterra e delimitata via terra dal Marocco. Non si tratta di una colonia né di un territorio sottoposto a uno speciale regime internazionale, bensì di una parte integrante del Regno di Spagna, dotata dello status di Città autonoma in virtù della legge organica n. 1/1995, emanata in attuazione dell'articolo 144, lettera b), della Costituzione spagnola del 1978. Ceuta costituisce quindi territorio spagnolo e, al tempo stesso, rappresenta una delle frontiere esterne dell'Unione europea, pur trovandosi geograficamente in Africa. Questa particolare configurazione la rende un punto costantemente esposto sia alla pressione migratoria sia alle tensioni diplomatiche con il Marocco.
In questo scenario si inserisce la sentenza n. 814/2026 della Quinta Sezione della Sala del contenzioso amministrativo del Tribunal Supremo spagnolo. La pronuncia ha stabilito che il cosiddetto rechazo en frontera, previsto dalla disposizione addizionale decima della legge organica n. 4/2000, non possa essere applicato agli stranieri intercettati mentre tentano di raggiungere a nuoto Ceuta o Melilla. Secondo il Supremo, la disciplina riguarda esclusivamente coloro che vengono sorpresi nell'atto di oltrepassare gli elementi materiali che delimitano la frontiera terrestre e non può essere estesa agli ingressi via mare.
Pur risultando coerente con il dato letterale della disposizione, questa interpretazione conduce a un esito sistematicamente poco razionale. Il regime giuridico applicabile all'ingresso irregolare viene infatti a dipendere non dalla natura della condotta, dalla posizione dell'interessato rispetto al confine o dall'esigenza di garantire la tutela della frontiera esterna, bensì dal mezzo concretamente utilizzato per l'accesso. Chi tenta di superare la recinzione può essere assoggettato alla procedura speciale, mentre chi persegue il medesimo obiettivo attraversando il mare deve essere inserito nella procedura ordinaria. Una simile distinzione non rafforza la protezione dei diritti fondamentali; al contrario, finisce per incentivare la modalità di ingresso più rischiosa per la vita delle persone e più facilmente sfruttabile dalle organizzazioni criminali.
Il Tribunal Supremo ha privilegiato una lettura strettamente letterale e topografica della norma, senza attribuire il dovuto rilievo all'unità funzionale della frontiera di Ceuta. La frontiera non si identifica esclusivamente con la recinzione, ma comprende l'intero spazio entro il quale lo Stato esercita il controllo degli accessi al proprio territorio. Limitare la nozione giuridica di frontiera alla presenza di una barriera materiale significa confondere il confine con lo strumento fisico predisposto per sorvegliarlo.
Il giudice avrebbe potuto sviluppare un'interpretazione sistematica maggiormente coerente con la finalità perseguita dal legislatore, salvaguardando al contempo l'identificazione individuale, la protezione dei minori, la verifica delle condizioni di vulnerabilità, l'accesso alla protezione internazionale e il necessario controllo giurisdizionale.
La responsabilità principale, tuttavia, ricade sul legislatore spagnolo, che ha disciplinato una delle frontiere più delicate e complesse d'Europa attraverso una disposizione normativa imprecisa e ormai concettualmente superata. La legge organica n. 4/2000 considera infatti la frontiera come se coincidesse esclusivamente con le barriere terrestri, trascurando il dato evidente che gli ingressi irregolari possono verificarsi anche per via marittima. Una disciplina costruita in questi termini non garantisce certezza del diritto, non assicura uniformità applicativa e costringe la magistratura a scegliere tra un formalismo incapace di rispondere alla realtà e un'interpretazione estensiva esposta al rischio di violare il principio di legalità.
Non meno rilevante è la responsabilità dell'Unione europea, che pretende di amministrare una frontiera comune lasciando però gli Stati membri di primo ingresso sostanzialmente soli nella gestione concreta del fenomeno.
Il diritto dell'Unione impone identificazioni individuali, garanzie procedurali, accesso alla domanda di asilo e divieto di espulsioni collettive, ma non mette a disposizione degli Stati di frontiera procedure sufficientemente rapide, strutture adeguate e strumenti di rimpatrio realmente efficaci. L'Unione continua a proclamare il principio della solidarietà, ma ripartisce in modo profondamente squilibrato gli oneri territoriali, amministrativi e politici derivanti dalla gestione dei flussi migratori.
Nemmeno il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l'asilo appare in grado di superare tale contraddizione. Esso aumenta il numero delle procedure, delle classificazioni e degli adempimenti amministrativi, senza però trasformare la gestione delle frontiere esterne in una competenza realmente comune. Il cosiddetto meccanismo di solidarietà rischia così di ridursi a una compensazione economica che permette agli Stati meno esposti ai flussi migratori di sottrarsi alla condivisione concreta delle persone e delle responsabilità.
Ne deriva un sistema giuridico che disciplina con estrema precisione la fase dell'arrivo, ma continua a mostrarsi strutturalmente fragile tanto nella prevenzione degli ingressi irregolari quanto nell'effettiva esecuzione dei rimpatri.
Quanto avviene a Ceuta non può essere ricondotto esclusivamente alla sentenza del Tribunal Supremo. Le cause sono ben più profonde e comprendono gli squilibri economici tra Europa e Africa, l'instabilità politica di numerosi Paesi di origine, l'azione delle reti criminali dedite al traffico di migranti e il crescente utilizzo dei flussi migratori quale strumento di pressione geopolitica.
Il controllo delle partenze dipende inoltre in misura significativa dalla cooperazione del Marocco. Ogni attenuazione dell'attività di vigilanza esercitata dalle autorità marocchine produce immediatamente un incremento della pressione migratoria sulla frontiera spagnola, dimostrando quanto sia vulnerabile una politica europea che affida a Stati terzi una funzione essenziale per la propria sicurezza.
Il Regno di Spagna dovrebbe pertanto modificare la legge organica n. 4/2000, disciplinando espressamente gli attraversamenti via mare nelle aree di Ceuta e Melilla. La nuova normativa dovrebbe introdurre procedure di frontiera rapide, individualizzate e sottoposte a controllo giurisdizionale, evitando però che le garanzie fondamentali si trasformino in un meccanismo capace di impedire qualsiasi decisione tempestiva. L'identificazione delle persone, la tutela dei minori, l'accertamento delle condizioni di vulnerabilità e l'accesso alla protezione internazionale devono essere garantiti, ma all'interno di termini rigorosi e mediante strutture adeguatamente organizzate.
Parallelamente, l'Unione europea dovrebbe assumere la gestione delle frontiere esterne come una competenza realmente condivisa, rafforzando il ruolo operativo di Frontex, introducendo un sistema obbligatorio di redistribuzione tra gli Stati membri, uniformando le procedure di frontiera e costruendo un autentico sistema europeo dei rimpatri. Gli accordi con i Paesi di origine e di transito dovrebbero essere improntati alla trasparenza, verificabili e subordinati al rispetto dei diritti fondamentali, senza continuare a dipendere da scelte politiche discrezionali che ne compromettono l'efficacia operativa.
Ceuta rappresenta oggi il simbolo del fallimento congiunto della giurisprudenza, della legislazione spagnola e dell'ordinamento europeo. La sentenza ha trasformato una lacuna normativa in una distinzione operativa priva di razionalità; la legge spagnola ha identificato la frontiera con una semplice recinzione; l'Unione europea ha imposto obblighi comuni senza dotarsi di strumenti realmente comuni.
Uno Stato di diritto non può sacrificare la dignità della persona in nome della sicurezza, ma non può neppure utilizzare la tutela dei diritti fondamentali come giustificazione della propria incapacità di governare le frontiere. Una frontiera priva di norme realmente applicabili, di decisioni tempestive e di responsabilità condivise non rappresenta una frontiera regolata dal diritto, bensì una frontiera lasciata all'improvvisazione.
Una conclusione scomoda
Cerchiamo per un attimo di non guardare il dito, ma la luna che si trova dietro di esso. Se assumiamo per plausibile che "l'esperimento Ceuta" sia andato a buon fine, è chiaro che si tratta di un primo passo verso una situazione emergenziale diffusa, uno stato di guerra "al nemico" che giustificherà l'adozione di regimi speciali in nome della "sicurezza".
Le élite europee non possono permettersi di vedere crollare il loro sistema di potere; gli USA non hanno intenzione di abbandonare la colonia europea che è sempre più indispensabile per mantenere in vita la macchina del consumo americana; Israele non vede l'ora di trascinare il mondo nella sua guerra di religione.